Fortapàsc

21 Marzo, 2009

Napoli, 21 Marzo 2009, ore 2:03

“Chissà come sarebbe la nostra vita se ci fosse una colonna sonora di sottofondo ad accompagnarla in ogni istante”.
Lo penso spesso.
Certe volte sarebbe noioso. Sempre la stessa canzone!
Più di frequente uno si divertirebbe a vedere come le emozioni possono cambiare da un secondo all’altro, da Beethoven a Sinatra.
Stasera ho visto al cinema Fortapàsc, di Marco Risi, film su Giancarlo Siani, ucciso a ventisei anni dalla camorra perchè scriveva e sapeva cose scomode.
Stasera la mia musica sarebbe stata assillante, ripetitiva, martellante.
Anzi, stasera la mia musica è stata proprio assillante, ripetitiva, martellante: mi si è proprio “incagliato” il disco.
I complimenti al regista per questo film meraviglioso e all’attore, per la personificazione eccezionale, vengono dopo, forse tra cinque giorni.
Ora sono come chi non ha ancora realizzato il lutto; e non mi si dica che l’accostamento è fuori luogo: nessun napoletano può dirsi immune dai quei proiettili che seppellirono cinquanta anni di aspettativa di vita, almeno per raggiungere l’età media di chi muore senza piombo.

“Ogni volta ogni volta che mi guardo intorno
ogni volta che non me ne accorgo
ogni volta che viene giorno
E ogni volta che mi sveglio
ogni volta che mi sbaglio…”

Vasco non va più via dalla mia serata, continua a tormentarmi, portandomi alla mente le immagini del film.
La mia cieca ignoranza mi ha portato a non sapere niente di Giancarlo Siani, per venti anni: lui a qualcuno in più aveva già un buon motivo per essere ammazzato.
Il titolo del film, “Fortapàsc”, è la traslitterazione napoletana di Forte Apache, consegnato alla storia del cinema come il luogo dove l’esercito americano, guidato da Hanry Fonda, fu sconfitto dagli Indiani d’America (chiara allussione alla famosa battaglia di Little Bighorn).
Fortapàsc come Napoli, come Torre Annunziata ( che fu la base principale della tragedia ).
Non è così: se fossimo come a Fortapasc sarebbe già un passo avanti.
Noi non siamo in guerra, questo è il problema: se ci fosse un conflitto tra due fazioni, allora la camorra non avrebbe che ancora poche ore di vita.
Diamine siamo di più, e più forti.

Napoli 21 Marzo 2009, ore 04:10

Da questa sera ho capito che siamo veramente miseri.
Giorni e giorni a colare sudore su un libro, a seguire un amore, a lavare una macchina, a seguire un sogno.
Poi un “pa pa pa pa ” asciugna il sudore di un libro, taglia la corda di un amore, sporca di sangue una macchina.
Non ammazza un sogno.

Questa mia notte insonne la dedico a chi può morire domani sapendo di aver lasciato il proprio sogno nelle condizioni di volare da solo.


E ogni volta che torna sera
mi prende la paura
e ogni volta che torna sera
mi prende la paura
E ogni volta che non c’entro
ogni volta che non sono stato
ogni volta che non guardo in faccia a niente
e ogni volta che dopo piango
ogni volta che rimango
con la testa tra le mani
e rimando tutto a domani “

Non so cosa ci sia dopo la vita,
ma qualunque cosa fosse,
spero abbia un occhio di riguardo
per chi si è visto togliere le parole.

A Giancarlo Siani,
inchiostro indelebile
di una battaglia da vincere.

 

siani1


Due film con la “X”

19 Febbraio, 2009

Negli ultimi giorni mi è capitato di andare al cinema due volte a distanza di poche ore. Non accadeva da un bel pò!
Ho visto “Ex”, e “Frost/ Nixon, il duello”.
Bhè il primo è stata un vera e propria sorpresa: pensavo fosse il classico film leggero, talmente tanto da sfociare nel patetico.
E invece mi son piacevolmente trovato a guardare un film ben recitato (cast d’eccezione come direbbero nella pubblicità), per nulla volgare e con una fievole ma piacevole vena seriosa che non stonava affatto.
Il tema di fondo è già indicato nel titolo: Tutti, chi solo per poco tempo, chi invece definitivamente, siamo stati/saremo “Ex” nelle nostre tormentate vite sentimentali.
E attorno a questo nucleo di base ruotano cinque storie molto carine che avranno tutte una propria, curata, autonomia, e un proprio finale.
Sicuramente non sarà un film da palma d’oro ma senza dubbio è un ottimo modo per trascorrere un paio d’ore con spensierata attenzione.

Per quanto riguarda Frost/Nixon è da premettere che trattasi di tutt’altro genere di film rispetto ad “Ex”, e stavolta non per la differenza di budget (non saranno molto distanti) ma per la diversa trattazione.
Frost / Nixon è la storia del presentatore britannico David Frost, famoso conduttore di talk show degli anni settanta, che si giocò tutte le sue carte professionali ed umane per intervistare il Presidente dimissionario degli Stati Uniti, Richard Nixon, duramente colpito nella sua credibilità politica dallo scandalo Watergate.
Nixon fu graziato dal suo successore Ford ed uscì di scena senza passare dalla porta di alcun tribunale: questo, intile dirlo, gli americani, sempre bramosi di verità, non lo digeriranno mai.
Proprio per questo ebbero un successo planetario le interviste al Presidente di David Frost, che rappresentano tutt’oggi non solo un baluardo del giornalismo mondiale, ma l’unica forma di pseudo processo condotta all’unico Presidente degli Stati Uniti d’America che ha rischiato seriamente l’impeachment.
Il film tutto sommato è ben fatto, gli attori molto bravi (soprattutto Nixon interpretato da uno straordinario Frank Langella) e la sceneggiatura sicuramente molto netta sia nei tempi che nella fabula.
La chiave di volta del film è efficace, la prospettiva non è obbiettiva ma soggettiva: tutto è visto dagli occhi dei due protagonisti che sanno di doversi giocare tutte le carte in soli quattro round (il sottotilo “il duello” è chiarificatore di questo).
Molto felice è stata la scelta di non bypassare la fase di fortissima difficoltà che ha accompagnato il Presidente nelle sue dimissioni e il presentatore nella ricerca frenetica di fondi, sponsor e produzioni disposti a sorreggere un progetto ambizioso quanto rischioso.
Sbavatura del film è stata la cura del personaggio Frost, troppo approssimativo nei tratti interiori rispetto alla cura di un Nixon che ha rasentato la pantomima per la precisione e l’abilità dello sceneggiatore e dell’attore.
Il film si presenta anche come un ottimo spaccato dello show-business americano, almeno alla fine degli anni settanta, tutto stilizzato nel binomio amico/nemico, e poco confortevole per la tenacia ingombrante di un “semplice” presentatore di talk show, destinato ad essere etichettato come tale per tutta la sua vita (almeno quella produttiva).
Molto apprezzabile ho trovato il parallelismo rischioso che il regista ha messo in campo tra le due figure principali.
Due personaggi che sono lontani anni luce ma che si ritrovano a versare le stesse gocce di sudore nello stesso ring.
Nixon, a margine di un’esistenza controversa, cerca di riabilitare quell’onore che gli americani avevano sottratto lui dopo il Watergate, e Frost, dopo una vita colma di sorrisi stampati in tv e bella vita in giro per il mondo, decide di mettersi in gioco per riabilitare il suo onore in quell’america che lo aveva scartato dal salotto buono costringendolo ad accontentarsi della sperduta Australia, e della piccola Inghilterra.
Due personaggi molto simili, che non macheranno di tenere il pubblico sulle spine e di divertirlo, all’occorrenza.
Due personaggi colti nella loro intimità umana e professionale.
Due personaggi, che la storia voleva ridotti ad uno: vincerà Frost ma il finale, in America si sa, è sempre a lieto fine.


Del doveroso lutto nazionale

13 Febbraio, 2009

Statisticamente dico cose inesatte, se si prende a parametro di verità l’opinione più diffusa.
In questo momento storico, in questo preciso paese, a questa specifica età, mi sento assolutamente fuori dal sistema.
E, cosa ancor più grave, mi sento fuori dalle logiche di questo vortice, in una condizione di ignoranza assoluta: ignoro il perchè!
Perchè, cari consociati, la morale vi ingabbia?
Odiate il fascismo ma siete fascisti con voi stessi: uno stato non può, per perseguire il fine ultimo, far divenire lo scopo più importante dei fruitori stessi che dovrebbero goderne.
Il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me.
Non esiste una morale che si scinda dall’uomo.
L’uomo è l’apriori della vita sociale non i valori, quelli siamo noi a determinarli.
Ora, se voi dissentite, cade l’assioma e addio postulato e teorema.
Qualora, però, voi acconsentisse, allora spiegatemi perchè dopo la morte di una persona in coma irreversibile da 17 anni, dobbiamo sottoporci ad una doverosa procedura di partecipazione al dolore in forma pubblica, con rilevatore auditel.
Le televisioni oramai si erano preparate a seguire il protocollo della Cassazione: Eluana doveva morire entro una decina di giorni, per quella data sgomberiamo palinsesti e prepariamo fazzoletti asciugalacrime.
Poi l’imprevisto: madrigna tecnologia ha allungato la vita della giovane Eluana per 17 lunghissimi anni, mamma natura ha posto fine alle sue sofferenze in circa 72 ore.
Ma non voglio aprire un dibattito circa la giustizia o meno della sentenza perchè io resterò della mia idea e il comitato etico (basterebbe il nome…) della sua.
Solo che Enrico Mentana si dimette da direttore editoriale e da conduttore di Matrix perchè non ha potuto gareggiare con il rivale della tv pubblica e Chiambretti che, stimavo tantissimo, inizia da tre puntate con il ricordo di Eluana mostrando immagini del funerale (per l’audience da specificare che non c’erano i genitori) e portando a modello le parole del padre della giovane.
“Lasciatemi solo!”, dice lui. “Magari se dovete starmi vicino compratevi il libro” aggiungo io. Per la fascia degli abituali lettori dei primi scaffali Feltrinelli: Beppino Englaro, “Eluana”, Rizzoli.
Sua santità Bruno Vespa ha la coscienza apposto, indulgenza costata una puntata speciale di Porta a Porta al posto della serie poliziesca “IL bene e il male” (titolo molto originale, classica genialata).
Ma il pubblico non è contento, Mediaset non ha allestito la camera ardente nella sua stanza più pregiata e quindi che muoia Berlusconi (figlio) e tutti i filistei.
Io già immagino.
Rai Uno.è morta Eluana. Simona ventura channel: è morta Eluana. Rai tre:è morta Eluana. Emilio Fede house:è morta Eluana. Canale 5: è morta Eluana. Italia 1:è morta Eluana. La 7, la tv del distacco dalla massa:E’ morta Eluana! (il distacco è la lettera maiuscola).
Solo così avremmo potuto ambire alla vita eterna, e invece voi undici milioni di spioni del grande fratello e amanti di Mara Maionchi e Dj Francesco ci avete costretto a penare qui, tra una legge al senato e un libro che casualmente è uscito oggi dopo 17 anni.
Pensandoci bene, sapete cosa vi dico? Dal momento che oramai, a causa di quelli che fanno il palinsensto, siamo destinati alle fiamme eterne, ora dico proprio come la penso, tanto che volete che sia un anno in più tra le fiamme dell’inferno?!
Io sono stato proprio felice di vedere che il GF è andato in onda e che X factor non si è fermato (per quanto mi riguarda potevano essere anche Schindler’s List e La vita è bella) ; e mi ha proprio roso il culo la puntata di Vespa e il preview di Chiambretti.
Qui due sono le cose: o alziamo i toni della discussione e parliamo di testamento biologico e via discorrendo, o facciamo la solita chiacchierata da autobus con tanto di collegamento dalla casa di cura di Udine con l’indicazione precisa dell’ora della morte.
Se vogliamo sondare l’italico pensiero circa la futura doverosa legge da fare, allora è inutile prendere a pretesto il giorno della morte di Eluana per sfruttare il canale mediatico di un simile accadimento.
Parliamone dopodomani, o fra quattro giorni, tanto nessuno se la dimentica la storia.
Da che l’Italia ha una identità in senso politico non è mai stata fatta una legge in tal senso, ora bisogna farla in due giorni.
Se invece vogliamo continuare a fare i soliti moralisti che devono essere virtualmente presenti al dolore, il discorso è diverso.
Che Vespa liberi lo studio del plastico della casa di Cogne e del coltello di Annamaria Franzoni e allestisca un bel lettino con tanto di respiratore e flebo.
E attenzione, io non condanno le vecchiette che vogliono vedere il televisore con il rosario in mano e sapere se per il funerale sarà usata una bara bianca o marrone: per quello Emilio FEDE basta e avanza.
E non voglio nemmeno sostenere che il Grande Fratello o X factor siano programmi nobili tanto da poter essere comunque elettivi dell’animo tanto quanto la morte di una ragazza (chi mi conosce lo sa che reputazione ho dei reality, ma quello è un altro articolo).
Il fatto è che io non mi sentirei in colpa se quella sera volessi guardare un film di Verdone o giocare a briscola (o a poker texas hold’em per alzare lo share).
E se fossi stato Chiambretti non mi sarei sentito in dovere di iniziare tre puntate con le parole del padre di Eluana e con uno pseudo lutto nei toni.
Il Chiambretti Night Show non è un programma di approfondimento etico-sociale o politico e quindi potrebbe trattare di Eluana solo in quanto persona morta.
E allora fermiamo le partite di calcio e i Cesaroni ogni qual volta viene stuprata una donna, o crepa un essere umano magari di morte anche più violenta di quella che ha subito Eluana, magari senza nemmeno la giustificazione di una sentenza (in quel caso legge dello stato).
Per la fine del 2009 gran parte dell’Italia sarà ALL DIGITAL: avremo tutti il segnale esclusivamente digitale terrestre.
Molti più canali, molte più camere ardenti e molti più reality.
E io continuerò a non sentirmi in colpa di sbavare su Belen Rodriguez se contemporaneamente Bin Laden minaccerà l’occidente.
Ma io si sa, sono una pecorella smarrita.


Comandante!

26 Novembre, 2008

 Avete presente la sensazione di quando rivedete un film dopo tanti anni e, grazie alle nuove esperienze/conoscenze, riuscite a capirne meglio alcuni aspetti, a ridere con più gusto di certe battute o a carpirne con più profondità la critica?
Bene.
Ora fate scorrere il rewind dei vostri ricordi a ritroso, come a cercare un momento preciso, un giorno in particolare e soffermatevi su quello che vi appare più nitido, più ricco di particolari.
Come direbbe Giovanni Muciacia da Art Attack o,nella migliore delle ipotesi, Fiorello: “Fatto?”
A me è capitato questa mattina.
Mi è venuto in mente un giorno del liceo, uno di quelli in cui sei contento perchè non si fa lezione.
Si andava al cineforum, titolo della proiezione :”Comandante” di Oliver Stone, documentario su Fidel Castro, dittatore di Cuba.
Aberrante.
Una celebrazione in bello stile di un uomo che tiene in ostaggio un’isola da quasi cinquanta anni.
Che bella immagine ne uscì del paese dei sigari e del rhum: un’isola dove si studia gratis, ci sono i migliori medici del mondo, e le medicine costano poco ma soprattutto un’isola che riesce a vivere nonostante l’embargo perchè c’è la libertà. Libertà? Libertà?!
Non dimenticherò mai l’applauso finale di tutti e il mio conseguente odio verso il  loro egoismo.
E le ragazzette che si vendono ai turisti di tutto il mondo in cambio di una cena perchè non sono mai andate in un ristorante?
E il diritto al voto?
E la doppia moneta contante che circola sull’isola (i cubani pagati con una moneta poverissima e gli affari turisti gestiti in dollari)?
E i morti o i prigionieri rinchiusi perchè avversi al regime?
E la gente che non può uscire dall’isola perchè chiamata a contribuire alle sorti di una nazione liberticida?
Lo sapete ora a Cuba la gente cosa sta facendo?

Stanno combattendo contro i danni di due uragani, ancora oggi dopo un bel pò di mesi.
I giornali oramai non si ricordan più chi sono Gustav e Ike ma i cubani li ricorderanno ancora per molto tempo.

Questo sfogo lo voglio dedicare a chi è ancora in tempo per rettifcare quell’applauso, a chi ha un pò di tempo per leggere “Generaciòn Y” (http://www.desdecuba.com/generaciony/) e alla proprietaria di quel blog, Yoani Sanchez, che ha ringraziato anticipatamente me per la pubblicazione di questo articolo e voi per la lettura.


R.A.I (Riccardo Avanza Isolato…e fa bene!)

25 Novembre, 2008

 

Qualche tempo fa, scambiando quattro chiacchiere “da bar dello sport”, un amico mi fece una domanda un pò strana alla quale lui stesso diede una risposta altrettanto incomprensibile, che non afferrai a fondo.
“Contro chi non ti metteresti mai contro?”,mi domandò.
“Contro le mosche” -risposi io dopo averci pensato per qualche secondo e dopo essere stato illuminato dal pensiero di una notte insonne passata a combattere un fastidiossimo ronzio.
Oggi,a distanza di mesi, ho rivisto quell’amico dai marzulliani quesiti.
L’ho fermato per rettificare quella risposta, compito semplice in una giornata così fredda da farmi riconsiderare persino le mosche, sinonimo di un’estate,ahimè, ormai andata (era pure ora,però).
Oggi mi metterei contro tutti tranne i media.
Riccardo Villari docet: medico stimato, docente universitario, senatore della Repubblica nelle liste del Pd, fino a ieri.
Detto così niente male.
Da oggi per tutti uomo attaccato alla poltrona, voltagabbana e condannato a marcire nel girone del gruppo misto dopo la condanna di Minosse-Finocchiaro.
Detto così ci vien da domandarci se stiamo parlando della stessa persona.
Potere dei media, appunto!
Facciamo luce sulla vicenda: la commissione parlamentare per l’indirizzo generale e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi viene di norma eletta in base ad un nome proposto dall’opposizione e condiviso dalla maggioranza.
Questa prassi è seguita per dare una garanzia circa l’indirizzo dell’informazione pubblica (per gli amici la RAI) essendo questa controllata dalla maggioranza parlamentare.
IL nodo centrale è: dati gli ormai noti rapporti tra l’Italia dei Valori e la maggioranza, soprattutto nelle figure dei due segretari di partito, e visto che si tratta di una proposta e non di una imposizione, è possibile mai che per più di 40 votazioni l’opposizione ha ripetuto il nome di Leoluca Orlando, rendendo impossibile il dialogo e la conseguente elezione tanto da far intervenire il Presidente della Repubblica per sollecitare una repentina decisione?
Cosa avrebbe dovuto fare il centro destra? eleggere Orlando stando al diktat dello schieramento opposto?
Perchè il nome di Zavoli non è uscito prima?
Ora però tutti questi punti interrogativi devono fare i conti con la dignità di una persona regolarmente eletta, espulsa dal proprio partito e attaccata da tutti i fronti, persino da quelli che lo hanno votato (da ricordare,per la cronaca, che determinanti per la votazione son stati due “franchi tiratori”, dei quali la sinistra sembra avere lo stampo).
Qualsiasi soluzione deve essere presa partendo dalla base che il presidente della commissione vigilanza è e resta il Dottor Riccardo Villari, onde evitare il crearsi di un pericoloso precedente: la struttura democratica ha previsto un meccanismo di elezione che ha portato ad una nomina regolare.
Solo ora il Pd-Idv si è ricordato del vecchio caro Zavoli, giovanotto di 85 anni (verso uno svecchiamento della politica?), ex presidente della stesa Rai e giornalista di fama indiscussa.
Ora in gioco entra la questione d’onore perchè è inammissibile che un presidente di commissione vigilanza Rai sia stato eletto senza accordo nonostante la sinistra avesse fatto di tutto per arrivare ad una soluzione condivisa (si chiama democratizia dell’aut aut: “O Leoluca Orlando o Leoluca Orlando”).
Probabilmente all’homo novus Veltroni è venuta meno l’opportunità di riappacificarsi con l’Italia dei Valori (gli sarà giunto anche a lui che se si votasse oggi l’Italia dei valori avrebbe il doppio dei consensi presi nell’ultima consultazione) offrendo come pomo della concordia una poltrona così ambita (non dimentichiamoci che riguarda il settore viziato dal conflitto di interessi del cavaliere).
Qualche tempo fa, scambiando quattro chiacchiere “da bar dello sport”, un amico mi fece una domanda un pò strana alla quale lui stesso diede una risposta altrettanto incomprensibile, che non afferrai a fondo.
“Contro chi non ti metteresti mai contro?”,mi domandò.
“Contro le mosche” -risposi io.
“Io contro i media”- ribattè lui!


Memento mori!

21 Novembre, 2008

 

Coloro i quali nella loro vita hanno avuto l’occasione di aprire le prime pagine di un libro di diritto o semplicemente di essere presenti alla prima lezione di un corso di giurisprudenza, hanno appreso che la base di partenza dell’esperienza sociale  umana parte da elementi che sembrano essere connaturati nell’uomo stesso.

Insomma sembra che nessuno più obietti il fatto che la predisposizione  alla socialità piuttosto che la naturale spinta all’organizzazione o ancora l’innato impulso alla procreazione e al conseguente sviluppo della specie, siano elementi imprescindibili della nostra struttura ontologica.

Una società primitiva (nell’accezione etimologica) è caratterizzata da una impalcatura molto scarna ed essenziale: l’obiettivo è la sopravvivenza della comunità e per ottenerla si adoperano regole che inquadrino ogni consociato nell’ottica di questo scopo.

Non mi meraviglia più di tanto che l’elegantissima Costituzione italiana, il nostro codice civile o ,per allargare l’orizzonte in senso cronologico-spaziale , il Code Napoléon piuttosto che le altre eminenti “carte” del mondo, non facciano menzione di cosa sia l’uomo.

La ragione di questo mancato stupore nasce da un motivo ben preciso:  tutte le sopraelencate codificazioni nascono come risultati di periodi storici che necessitavano di risposte ben altre rispetto ad una riflessione sulla natura dell’uomo.

La Costituzione Italiana nasce come rinascita etica,politica e morale di una nazione dilaniata da venti anni di regime; il codice civile, per coloro che non lo sapessero, è datato 1942 ovvero diciannovesima era fascista per cui, seppur nel suo grande e innegabile merito, sicuramente non è inseribile in un contesto ideologico e intellettuale degno di una riflessione sull’uomo (riflessione che eventualmente sarebbe comunque morta con la fine del ventennio).

Il Code Napoléon o comunque la Costituzione americana sono prodotti di rivoluzioni che hanno portato grandi e memorabili apporti allo sviluppo civile dell’uomo ma da qui ad aspettarsi una puntualizzazione sull’essenza più intrinseca dell’essere umano sembrerebbe davvero troppo.

Il fatto che norme definitore in tal senso non fossero state formalmente poste ha però portato a trascurare la riflessione anche all’interno degli stessi consociati.

Oggi,però, i tempi sono maturi per mettere all’ordine del giorno una seria analisi di come l’attuale periodo storico possa definire l’uomo, senza seguire lo schema finora seguito secondo il quale l’essere umano non è nel sistema ma è elemento aprioristico rispetto ad esso e quindi non necessitante di definizione.

Il problema è più antico di quanto ci si possa credere:  sono ben più antiche rispetto all’ultimo caso riguardante Eluana Englaro diatribe intorno non solo alla cessazione della vita ma anche riguardo l’inizio della vita stessa.

L’indirizzo giurisprudenziale corrente fa coincidere la nascita con l’inizio dell’attività respiratoria ma è ben radicata nel nostro sistema la concezione che la vita inizi a tutti gli effetti, e quindi sia foriera di diritti, anche all’interno del grembo materno.

Per quanto riguarda la morte,invece,  all’alba del terzo millennio si rende urgente un cambiamento di ottica rispetto alla tradizione che vede l’essere umano morto solo allorquando sia cessata l’attività cardiaca.

Come può la scienza, che per definizione persegue lo sviluppo e il benessere dell’uomo prolungare, senza speranza alcuna, di diciassette interminabili anni la vita di una persona riducendone la dignità alla sola attività di nutrimento?

E’ lampante la contradictio in terminis e la stupidità di certe considerazioni etico-religiose.

Stiamo toccando con mano un aspetto che è antico quasi quanto il mondo e che risale a Protagora: “ l’uomo è misura di tutte le cose,di quelle che sono in quanto sono e di quelle che non sono in quanto non sono”.

 A prima vista questa frase sembrerebbe solo una citazione colta che,però, non arricchisce di nessun elemento la discussione:  guardando meglio si può invece capire come essa sia attuale proprio per un doveroso richiamo al buon senso.

Mi spiego meglio con un esempio: la scoperta di Einstein sull’energia atomica è stato il vero caposaldo della scienza moderna; si guardi,però, l’uso improprio che di quella famosa formula se ne è fatto e se ne continua a fare in termini di armamenti.

Risulta logica conseguenza il fatto che l’eventuale riflessione sulla struttura ontologica dell’uomo non abbia la pretesa di assolutismo ed è ovvio che essa percorrerà una strada,di pari passo con l’evoluzione politica etica e scientifica, che sicuramente la porterà ad essere modificata ed innovata nel corso degli anni.

L’ordinamento e i valori di una comunità cambiano con il mutare dei fenomeni storici:  prima della modifica apportata al “diritto di famiglia” nel 1975 la donna era considerata subordinata all’uomo.

Non c’è da gridare allo scandalo perché si trattava di una concezione radicata negli uomini e nelle donne stesse fin quando le condizioni storiche e sociali non mutarono portando il legislatore ad intervenire.

E’ ovvio che oggi la maggior parte di noi converrebbe su una definizione di “uomo” e di vita umana molto diversa da quella su cui potrebbero convenire le future generazioni,qualora magari uno scienziato scoprirà una terapia che possa in maniera molto massiccia aumentare le speranze di chi si trova nel coma.

Il mio auspicio non è tanto quello di vedere formalizzata una legge (credo che si tratti di una materia troppo riguardante il singolo soggetto per essere generalizzata) quanto quello di veder nascere un contraddittorio sociale su questo tema.

Il mio augurio è quello di veder scontrate le più avverse tesi così da veder nascere dalle ceneri di queste una concezione largamente accettata, secondo l’hegeliano ed insostituibile schema TESI ANTITESI E SINTESI.

Riflettere non è mai negativo perché qualunque soluzione sarebbe sempre meglio del vergognoso vuoto normativo con il quale una società del 2008 non può ritrovarsi.

Personalmente credo che urga una legge non che miri a definire quando finisce la vita umana ma che, piuttosto, infonda il dovere a tutti di pensarci .

Io ci sto pensando da tempo e sono arrivato a proporre questo ai miei cari consociati,nella speranza che questi mi lincino con le loro controproposte così da aver avviato un circolo sicuramente virtuoso:”cosa ne dite di una legge che, magari a partire dagli anni 21, infonda l’onere (e non il dovere) di rendere pubblico agli uffici competenti  le proprie volontà in merito alle terapie che intende o non intende accettare nell’eventualità in cui dovesse trovarsi nella condizione di incapacità di esprimere il proprio diritto di acconsentire o non acconsentire alle cure proposte (consenso informato) per malattie o lesioni traumatiche cerebrali irreversibili o invalidanti che lo costringano a trattamenti permanenti con macchine o sistemi artificiali che impediscano una normale vita di relazione?

E cosa ne dite di metterci un bel comma nel quale si rende manifesto l’onere per la persona di esprimersi anche sull’espianto degli organi e di far valere il silenzio assenso nel caso di nessuna indicazione,lasciando al parente-tutore la possibilità di scelta per coloro i quali non abbiamo ancora compiuto i 21 anni?”

Molti di voi,provveduti, penseranno a giusta ragione che avrei potuto semplicemente concludere l’articolo dicendo:”cosa ne pensate del testamento biologico?”.

La mia risposta a costoro è che si tratta di una riflessione nuova sia per chi come noi giovani sente molto lontano il momento della morte e sia per tutti quelli che,e dall’ultima indagine statistica sembrano esserne molti, non sanno cosa sia il testamento biologico : ne consegue dunque che sia meglio non dare mai nulla per scontato e dare quanti più strumenti a tutti per capire di cosa stiamo parlando, che non fa mai male.

 

 


L’uomo che sBARACKò la vecchia America

14 Novembre, 2008

Quando scrivo un articolo,un pezzo,o semplicemente quando metto su carta pensieri e parole parto sempre da un punto,da un immagine ,da un contesto.

Lo faccio da sempre,o meglio,l’ho fatto sempre fino ad oggi: oggi devo scrivere di Barack Obama,di quell’America (comunemente intesa) dove davvero tutto è possibile.

Devo cestinare quel titolo che avevo già in mente,allorquando mancava ancora un po’ al giorno delle elezioni e andava di moda un sondaggio: ”se fossi americano per chi voteresti?”.

 “Il mondo voterebbe per Obama,gli States NO!”.

In cuor mio lo speravo che il senatore dell’Illinois ce l’avrebbe fatta ma mi frena un vissuto ventennale su questo pianeta e un minimo di senso storico: insomma alla fine credevo che moriva il buono  e trionfava il “cattivo”,che tutto sommato già era un successo per un afroamericano essere arrivato lì,a sfidare un reduce del Vietnam,a battere la moglie di uno dei presidenti più apprezzati della storia a stelle e strisce.

Quando scrivo un articolo,un pezzo o semplicemente quando metto su carta pensieri e parole parto sempre da un punto,da un immagine,da un contesto: per parlare del neo presidente degli Stati Uniti d’America mi sto sforzando di portare la mia mente a qualche ora prima dell’elezione,quando c’era tanta speranza ma ancora nulla di ufficiale.

Non ci credo ancora,forse perché non ho ancora visto formalmente Obama parlare al congresso o incontrare un capo di stato.

Non ci credo ancora perché ho nelle ossa troppi anni di immobilismo,perché ho visto la famiglia Bush governare il più importante paese e del mondo per dodici anni,perché vivo in un paese dove governano le stesse facce da troppo tempo.

In un mondo dove il brand vale più del prodotto stesso,è doveroso chiarire che a vincere è stato il marchio Obama sul marchio Mccain.

Ha vinto l’uomo senza troppi interessi economici,apparentemente fuori dalle lobbies,l’uomo che ce l’ha fatta da solo,che ha una splendida famiglia,che è americano al cento per cento anche se ha la pelle nera,che incanta le folle quando parla:insomma ha vinto un portatore di valori.

L’attenzione si è spostata molto da un piano squisitamente politico e partitico ad un piano squisitamente  personale.

La politica estera che occupa forse più della metà dell’operato di un presidente americano non subirà troppa discontinuità.

Quello che si romperà  sarà il doveroso ancoraggio ai valori di un passato incarnato da un settantaduenne al quale oggi si può solo affidare la riconoscenza per aver rischiato la morte per la causa patriottica;gli americani hanno capito che una società complessa come la loro non può più essere divisa in bianchi e neri,che è il momento di stringersi intorno a punti cardinali comuni per sconfiggere una crisi dalla quale oggi e non domani si deve uscire.

Obama  è stato scelto non perché è il candidato democratico ma perché è Obama; il popolo è stato convinto da tutte quante le caratteristiche che lo rendono unico: la sua matrice afro, il modo di porsi e comunicare,le sue idee e il suo coraggio.

Ha vinto perché in questo preciso momento storico serve uno come lui: sarà una guida politica e morale,avrà la parola giusta e rassicurante in periodi sicuramente non semplici e avrà dalla sua la fortuna di esser venuto dopo otto anni di governo disastrosi .

Obama è stato eletto presidente in un paese dove la laicità dello stato non è certo  l’argomento che più interessa alla gente: si tratta pur sempre di una nazione che deficia di  personaggi come Machiavelli o di un elite intellettuale alla stregua magari di quella dei nostri cugini d’oltralpe.

E’ proprio nel contesto del “God bless America” che il quarantaquattresimo presidente degli Stati Uniti si ergerà a presidente del popolo americano: sarà in questo spirito che i suoi discorsi un po’ magistrali e didattici saranno avvertiti come la voce di un’intera nazione che sa di essere arrivata in un punto di non ritorno.


Munnezza e Alitalia:così Silvio salvò terra e cielo

27 Settembre, 2008

La politica,si sa,ha una struttura ontologica duale:da una parte elementi puramente sensibili,dall’altra dati solo intelligibili.
In democrazia è il popolo che detiene la sovranità ma sono i politici che comandano.
L’Italia è un paese che sta subendo la più grande metamorfosi della sua storia:siamo una nazione unificata circa un secolo e mezzo fa,con un unico idioma solo dall’avvento di mamma Rai,anni 50.
Nell’epoca delle grandi unificazioni e dei grandi colossi,falliti e non,delle grandi catene industriali l’Italia si presenta tutto sommato ancora ancorata ad un’economia microeconomica inserita in un circuito di asfissiante burocrazia e di medioevali corporazioni.
E il vecchio popolo italiano vota aspettandosi di veder migliorate le condizioni a partire da quei dati puramente sensibili :il costo della vita,i servizi di pubblica utilità,lo stipendio per arrivare a fine mese non solo a febbraio,che di giorni ne ha di meno.
Bisogna essere abili nella politica di intervento sui settori macroeconomici,nella gestione del debito e della spesa pubblica ma la partita si gioca anche nel risolvere la puzza di immondizia che soffoca un intero popolo,nel prendere di petto una situazione che grava sui migliaia di lavoratori e sull’immagine di una nazione.
La sinistra ha smarrito tutto questo,immersa nella ricerca di una identità che cambia nome ma non persone e programmi,nella risoluzione di conflitti interni che sono stati più forti dell’antiberlusconismo.
Era il momento nel quale serviva una persona con le palle,che avesse il coraggio di rischiare il nome e la credibilità politica nei confronti di una maggioranza che lo ha votato.
Berlusconi sale al governo più per demerito degli avversari che per merito suo:il suo elettorato lo sa che non è uno stinco di santo ma nonostante tutto lo preferisce; la gente crede più sincero un pinocchio di legno che un essere umano che celebra la sua verginità tramando dietro le quinte.
Sarebbe folle credere che l’emergenza rifiuti in Campania è terminata ma almeno ora si può progettare senza avere fino al collo una montagna di diossina.
Sarebbe folle credere che l’Alitalia sia stata trasformata in una compagnia aerea di gigantesche proporzioni ma almeno il sistema-paese non è stato screditato con l’ingresso di uno straniero in un settore così strategico,e si son comunque salvati diverse migliaia di lavoratori.
L’unica possibilità di una vera alternanza al potere è affidata ad una costruttiva opposizione:Veltroni nell’affare Alitalia ha dato una lezione di politica a tutti.Il titolo:”come perdere le elezioni per altri 20 anni!”.
Il piano Fenice,provvidenziale quanto criticabile,è stato osteggiato dall’inizio da tutte le forze dell’opposizione:con quale senso di coerenza politica ora,a risultato quasi ottenuto,i nemici vogliono salire sul carro dei vincitori dichiarandosi artefici di quella stessa vittoria così inauspicata?
Mentre ci avviamo alla prima annata a crescita zero (senza virgola) e iniziamo ad alzare le barricate contro il vento di una recessione che parte oltreoceano e investe il continente tutto,in Italia si costruiscono le basi per le future elezioni.
Nella migliore e più ottimistica delle ipotesi fra qualche anno,svecchiata la classe politica e l’elettorato,senza Alitalia e munnezzopoli,con meno stranieri e più sicurezza,guadagnarsi la preferenza sarà questione di abilità ben maggiore e il popolo inizierà a votare per i dati puramente intelligibili.
E lì saranno ca***!


Ridateci Montanelli!

11 Giugno, 2008

Dove sono i cari,grandi giornalisti di un tempo?
Dove sono le firme dei galantuomini di un’Italia,genuina,che fu?
Il Corriere dello Sport:”Disastro Donadoni!”…TuttoSport:”Ridateci Lippi!”
Avrei potuto chiudere questo post con l’espressione che ho fatto leggendo quest’ultimo titolo,ma non l’ho immortalata.
Arrivo subito al dunque:il giornalismo oggi è fatto da tifosi,da istrionici tipi da “bar dello sport”.
Devi difettare di un bel pò di storia del giornalismo per essere così arrogante e sgarbato nei confronti di un professionista chiamato a ripetere un impresa,quella di Lippi appunto,oltre la quale,per una nazionale,non esiste nulla.
Non amo Donadoni e credo che allenare la nazionale significhi avere ben altra esperienza che la sua,alla guida di una squadra.
Amo,però,lo stile e il rispetto.
Donadoni si gioca in un mese la reputazione di allenatore,le simpatie di una nazione e conseguentemente la sua carriera da commissario tecnico.
E’ una persona che non ha dalla sua parte i risultati:non è soltanto semplice ma è anche da vigliacchi sparare sulla croce rossa.
Ieri in campo ci sono andati anche undici calciatori che non hanno saputo reggere il confronto.
Si rifaranno,gioremo e sarà merito anche del commissario tecnico;e allora comprerò TuttoSport per leggere come ci si passa con disinvoltura da Piazzale Loreto a Piazza Venezia.
I bambini mitizzano i calciatori perchè non hanno ancora gli strumenti necessari per astrarre e capire che dietro una figurina c’è un uomo come il loro papà o il loro vicino di casa.
I giornalisti devono sapere che dietro un CT c’è un uomo,un professionista che merita rispetto:basta con la concezione del tutto italica che in quel milione di euro di stipendio sia compreso lo scherno e il linciaggio,solo perchè stai guidando una cosa di tutti,come la nazionale.
Va bene che nel belpaese siamo cinquantasei milioni di allenatori e ci crediamo tutti in grado di essere meglio di chi sta guidando la nostra squadra del cuore,ma ricordiamoci che vincere non è mai semplice,che ogni torneo fa storia a se (i campioni del mondo del 1982 non si qualificarono nemmeno agli europei) e che Donadoni è venuto nel momento più difficile:un periodo dove non si è chiamati a costruire un impresa (compito già difficilissimo) ma a ripeterla.
Prima di tutto il rispetto,signori…chiedere classe,visti i personaggi,è pretendere troppo!


Gomorra,un mancato film per una mancata palma d’oro!

4 Giugno, 2008

Uci cinemas di Casoria:ore 22:25,Lunedì 2 Giugno 2008.
Tabellone proiezioni : Sex and the City (22,50) Gomorra (22,40) Indiana Jones….(22,45) Il divo (22,30)
Leggo i posti disponibili.Alcune sale ne hanno ancora una centinaia:eccezione fatta per Gomorra,unità rimanenti invendute 5.
Sono in fila e penso che sarebbe stata la quarta volta che avrei sentito dire:”Gomorra tutto esaurito”.
Supero tutti dirigendomi verso la signorina in maglietta gialla e cappellino della dirigenza,”Gomorra!”.
C’è solo prima fila laterale,mi dice.Mi sarei seduto anche sulle scale,rispondo in mente.
Inizia il film,il pubblico si esalta quando sullo schermo di 10 metri compare in rosa scuro GOMORRA.
E’ come se ognuno di loro avesse letto il proprio nome e cognome.
Inizia il film,dicevo:subito morti,sangue,centri estetici.
Mi fa un certo effetto vedere un film di stampo internazionale e conoscere personalmente quasi l’intero cast.
Uno ragazzo seduto dietro di me sussurra all’amico:”ma è o’ film che fa accussì o è a me cà m’aggir a’ capa?!”.
Le inquadrature sono veloci e accompagnano i movimenti dei personaggi,in prima fila davvero vien da staccare lo sguardo.
Musica di sottofondo a cura dei due neomelodici più gettonati del momento,telecamera che rasenta l’amatoriale,qualche attore che dimostra di essere stato preso dalla strada e qualche comparsa che non avrà capito che non si deve guardare l’obiettivo.
Tutto voluto,si.
Abbondanti primi piani,campi lunghi a iosa.
Il regista classe 68 da Roma non ha forzato la mano perchè ha pensato di restituire allo spettatore la realtà così come è.
Mi fermo e penso:positiva come cosa!
Poi rifletto e immagino la scena:Garrone è a piazza del Popolo,prende un caffè con un amico.
Squilla il telefono,è Procacci (quello di Fandango):si fissa un appuntamento.
Il progetto è di quelli che partono nell’occhio del ciclone,non si può rifiutare.
Gomorra di Saviano,1000000000 di copie vendute:la gente usa più i cinema che i libri,il botteghino sarà sicuramente sbancato!
Non basta leggere il libro,bisogna anche capire a fondo la realtà.
Garrone si sarà fatto un culo così:telegiornali tutte le sere,quotidiani tutte le mattine,operazione di sondaggio di tutte le dicerie della gente.
Eccolo fatto il calderone dei problemi di Napoli:camorra e droga (presente),rifiuti e intossicazione dell’ambiente(presente),contaminazione delle nuove generazioni e microcriminalità (presente).
Per lui che è vissuto 40 anni a Roma è fin troppo.
Ritorno in sala,c’è uno che parla al telefono e non è il solo.Qualcuno più educato ride.
Non è certo questo un problema prioritario ma dà una forte impronta del problema,e non era inserito nel calderone.
L’ignoranza della gente,l’omertà di chi come me non ha detto niente alla persona che,con il cellulare,ha avvisato alla sorella che era al cinema a vedere Gomorra.
Manca tutta la parte di chi reagisce e si ribella al pizzo,di quelli che devono scappare dalla propria città per avere un futuro,una classe politica assente,i diritti che sono concessioni,tutta la maggioranza che fa una vita normale spaccandosi la schiena e che si macchia dell’errore più grande,quello di subire passivamente.
Nel film gente comune non c’è,ogni inquadratura nasconde dietro di se la collusione con l’uno o l’altro schieramento.
Come se Napoli fosse tutta scissionisti contro fedeli.
Sono da sempre sostenitore del fatto che la realtà non bisogna nasconderla in casa per vergogna perchè tanto un milanese,a mio parere, è colpito quanto me dalla vergogna camorra o dall’affare rifiuti.
E non solo perchè i residui tossici provengono dalle industrie del Nord ma perchè Napoli è un problema nazionale.
Gomorra-libro aveva un senso:un testo di denuncia che faceva nomi e cognomi,non mosso dalle lobby economiche perchè non si aspettava un tale successo,un faro di luce su un sistema che molti non sapevano così ben organizzato.
Il cinema è tutt’altra cosa:ogni canale di comunicazione ha il suo linguaggio.
Questo è definibile come un documentario mal girato,in fretta e in furia.
I personaggi non sono ben curati per dire che ho assistito alla rappresentazione della storia di 4 pedine del triste scacchiere napoletano.
Manca tutta l’origine,tutta la complessità dell’esistenza di un individuo che ne determina le scelte future.
Per fare un film non basta mettere una telecamera per strada:il cinema è raccontare una storia,lanciare un messaggio,dire la propria.
Unica spiegazione è che si voleva dare una parvenza generale come a dire:”è uno spaccato di una realtà che di questi esempi ne ha molti.”
Nel cinema il troppo vago lascia sempre dietro di se un senso di incompiuto,di superficiale.
E non è nemmeno un esempio di film di genere:il celeberrimo “Il Camorrista” di Tornatore,sempre tratto da un libro è un esempio riuscito di come una realtrà così complessa non si può trattare con presunzione di esaustività;sarebbbe stato preferibile di gran lunga la trattazione di un campo meno ampio ma allo stesso tempo più efficace.
Sarebbe stato molto semplice elogiare un film che è comunque in cima alle classifiche ed è piaciuto.
La palma d’oro non l’avrebbe mai vinta perchè comunque dietro ogni festival c’è la politica e dietro la politica oltralpe c’è un forte senso nazionale.
I giurati stranieri saranno stati colpiti da ciò che accade nel film:molto ingegnoso Garrone nel rendere in chiave così paradossale ed esagerata la realtà.
Il guaio è che la situazione è più grave di quella che emerge da Gomorra,ma non è così semplicisticamente spiegabile
Di artistico questo film ha solo l’interpretazione di qualche attore anche se in linea di massima è recitato molto pacchianamente.
Uci cinemas di Casoria,ore 00:45..Molti se ne sono andati prima della fine del film e solo 3 hanno applaudito.
Troppo lungo,scontato,fatto male.