Mercoledì 23 Settembre le edicole italiane sono state prese d’assalto dall’ondata di euforia che ha investito quella parte di Italia che vuole capire cosa succede nei piani alti di questo paese: è nato il Fatto Quotidiano, sedici pagine per sei giorni a settimana.
Redazione senza gruppo editoriale, senza fondi pubblici e con tanta voglia di cavalcare l’onda del successo che ha toccato Marco Travaglio e company.
Ore 9:00, a Roma è praticamente impossibile trovare un’edicola che abbia ancora una copia di questo giornale.
Si dice che la produttiva Milano le abbia finite già alle otto e nelle altre città le cose non sono poi così diverse.
Il logo del nuovo giornale è la raffigurazione di un ometto che parla al megafono stringendo tra le mani un foglio di carta: l’informazione, quella libera, prima di tutto.
Di amletico dubbio si tratta quando ci si interroga sullo sfondo, rosso, del logo: volontà di attirare l’attenzione sfruttando la capacità attrattiva del colore o desiderio di contornare l’operato del giornale di un tono politico, genuino ma deciso, contro l’inciucio dei due più grandi partiti?
Risposta non facile a trovarsi ma interrogativo forse di secondo piano se si guarda alla dichiarata intenzione dei giornalisti: indipendenza, verità, critica.
La prima copia de “Il Fatto Quotidiano” parte subito con uno scoop: Gianni Letta, numero due di qualsiasi governo Berlusconi che si rispetti, uomo dalle mirabili capacità diplomatiche e dal forte senso istituzionale è indagato a Lagonegro per abuso d’ufficio, turbativa d’asta e truffa: tutto questo nella grande miniera degli appalti per la gestione dei centri di accoglienza immigrati.
Niente male come inizio: per tirare fuori una inchiesta di molti mesi addietro l’italico lettore ha dovuto attendere la venuta di una nuova classe di messianici giornalisti.
I critici del belpaese, i censori tricolori sono proprio appiattiti su un asse di banalità retto come la loro moralità bigotta: se la società civile evolvesse sugli impulsi dell’opinione pubblica interna, povere Italia mia.
Proprio per questa sua piega il Fatto Quotidiano è in ogni caso un fenomeno positivo per il nostro paese.
Il problema nasce dalla cruda ma doverosa constatazione che si tratta in ogni caso di un antidoto: e un antidoto è utile se c’è un malato.
La malattia è l’inciucio, come direbbe Antonio Di Pietro.
Ogni antidoto, medicinale o terapia che si rispetti ha bisogno, però, della giusta dose: il Fatto Quotidiano forse non regge la sfida della categoria “quotidiani”.
Costa parecchio e per la sua natura è doverosamente ripetitivo.
Leggere ogni giorno di un indagato non nuoce di certo ma credo che dal punto di vista puramente commerciale sia un fenomeno destinato a durare poco.
Decisamente più lungimirante sarebbe stata la scelta di cadenzare in modo più dilatato l’uscita in edicola: settimanale, bisettimanale, mensile.
La ressa per avere sempre una prima pagina di grido, consona alla natura del giornale in questione, porterà spesso a cadere in scale di importanza poco azzeccate.
30 Settembre 2009: dopo una settimana dall’uscita del Fatto Quotidiano nelle edicole è possibile trovare copie anche nel primo pomeriggio.
L’effetto novità è normalmente scemato anche se si può tranquillamente parlare di un giornale che ha riscosso un successo non trascurabile.
Colpisce però la prima pagina di oggi: “i misteri di casa Carfagna”.
Secondo pettegolezzi parlamentari il padre della Ministra Carfagna avrebbe comprato una casa di oltre centocinquanta metri quadri, a due passi da Fontana di Trevi, per una cifra che si aggira sotto il milione di euro: effettivamente troppo poco per i prezzi di mercato ma la notizia dall’affare si tinge di sospetto quando si scopre che qualcheduno meno “ammanigliato” avrebbe offerto una cifra decisamente più alta per lo stesso immobile.
Certo, notizia tutto sommato inseribile tra quelle degne di essere lette ma trattasi non di certo di un pezzo per il quale pago un euro e venti (sa molto di free press o “Novella duemila”)
Sarebbe stato molto più felice l’inserimento in prima pagina dell’articolo che invece è finito a pagina sette.
La pregiudiziale di incostituzionalità sullo scudo fiscale, promossa dall’Italia dei Valori, poteva mettere in forte dubbio il varo della legge.
Le opposizioni, però, con il loro assenteismo hanno permesso che la legge fosse approvata alla Camera dei Deputati.
Quindi contro i condoni e le sanatorie di berlusconiana memoria l’opposizione ha toppato ancora una volta, soprattutto grazie all’assenteismo dei deputati del Partito Democratico, quel partito ciò che per passato e elettorato dovrebbe e potrebbe fare di più: il Partito Democratico (mi piace ribadirlo a chiare lettere questo nome, mi diverte quasi quanto “Il Popolo delle Libertà”).
Giustamente, si chiede il giornalista Telese, dove erano i vari leader dell’opposizione Bersani, D’Alema, Franceschini?
Meno giustamente, si chiede il giornalista Telese: “dove era Rutelli?”.
Al Senato, Telese, non alla Camera!
E’ vero che ne sono seicentotrenta, ma lui sta nei trecentoquindici.
Gaffe a parte, è il caso di ripetere che il Fatto Quotidiano è comunque un fenomeno positivo.
Leggetelo quando vi va, quando sapete già cosa è successo nel mondo e in Italia ma aspettatevi solo tanta sostanza: la forma lascia molto a desiderare.
Saranno pure discepoli del pensiero di Montanelli ma di certo non della sua penna!
Sul “fatto quotidiano”
1 Ottobre, 2009I media in Italia e l’italiano medio
23 Settembre, 2009In medio stat virtus: la virtù sta nel mezzo.
Diffusissimo proverbio popolare dalle nobili origini (Aristotele, Orazio ma soprattutto la scolastica) ma oggi massima relegata solo alle citazioni colte per la scarsa condivisione circa il suo significato.
Oggi prevalgono gli eccessi nonostante l’appiattimento generale: il mezzo finisce per essere né carne né pesce per cui mediocre indi da scartare perché poco fico.
Ad esempio l’italiano medio è il punto di incontro delle noia ordinaria: stipendiato, utilitaria comprata nuova a rate più altra vecchia auto fedele nei secoli, mutuo per la casa di proprietà e genitore di uno-massimo due figli. I mezzi di comunicazione di massa oggi sono conosciuti come “media”: sarà pure retaggio della nostra anglofilia ma mai termine è stato più appropriato.
Il nostro sistema di informazione, i nostri giornali, i nostri giornalisti concorrono palesemente meno rispetto ai colleghi esteri allo sviluppo della società civile.
E’ proprio il caso di dirlo con la più italica delle espressioni: stiamo proprio indietro!
Solo da qualche anno abbiamo accettato che il giornalismo non deve essere doverosamente neutrale e imparziale: nessun articolo scritto da essere umano non contiene riflessioni, punti di vista, considerazioni personali.
La scelta delle parole, il tono, il titolo: insomma il modus scribendi non può essere altro che il sinonimo di un processo che parte da un dato di fatto (l’evento) e finisce in una elaborazione personale. Questo all’estero vuol dire identità e personalità del giornalista, linea editoriale per l’editore, rapporto di onestà intellettuale con il lettore.
In Italia questo è significato dipendenza, soggezione, indossare la casacca. Il New York Times è apertamente pro Obama ma non perde nemmeno mezza occasione per criticarlo e stuzzicarlo.
In Italia tutto è più elementare, meno professionale: la cronaca servile, il giornalismo blando oppure quello volgare, diffamatorio.
O forse, invece, nel paese degli albi e delle corporazioni il professionismo è talmente elevato da perdere di vista la meno intellettuale opera di giornalismo diretto, senza dietrologie né giri di parole?
Ci è voluta la stampa spagnola per tentare di incalzare Berlusconi sugli scandali che lo vedono protagonista.
“Berlusconi non crede che l’Italia ne è uscita danneggiata nell’immagine dopo lo scandalo sul giro di prostituzione? Ha mai pensato di dimettersi visto che questa vicenda Le ha portato conflittualità sia con la Chiesa che con il suo alleato Fini?”
Altro che le dieci domande su cui non si è raggiunto il concordato.
E’ il sistema che va nella direzione sbagliata e Berlusconi ne è l’esempio non il fautore: seppure il signor Berlusconi fosse il proprietario di tre reti private ma la RAI non fosse un organo politico, con tanto di commissione parlamentare, ci sarebbe discussione critica, non inciucio.
Dove sono i grandi dossier sul processo Berlusconi-Mills, sui rapporti tra Fassino e Consorte, sul processo Impregilo-Bassolino?
Dove sono i migliaia di articoli sulla cena tra due giudici della Corte Costituzionale e Berlusconi, pochi mesi prima della decisione della Consulta sulla legge che vede quest’ultimo direttamente interessato?
Bassezza, tanta bassezza.
Il sistema giornalistico italiano resta sempre il migliore per strappare lacrime sulle foto del piccolo Simone che saluta la bara del padre morto in Afghanistan, ma il peggiore nel fare il proprio mestiere nel profondo.
Libri come “la Casta” o giornalisti, seppur valenti, come Travaglio, non sarebbero portatori incredibili di novità se si diffondessero tutti i giorni queste notizie sui giornali.
Si finisce, invece, sempre su dialoghi sui massimi sistemi, su linee troppo fievoli: del Lodo Alfano se ne parla solo in previsione di una caduta del governo, di un intralcio per Berlusconi.
Nessuna spiegazione tecnica né trattazione portata su livelli più alti: possibile che nessuno abbia ancora puntualizzato sulla stessa parola “lodo”, usata impropriamente in quanto il suo significato è riferibile ad un atto compiuto da un organo indipendente ed esterno?
Il fatto è che l’Italia è diventata una poltrona comoda dove tutti si accodano alle risposte della gente (mercato) e nessuno crea più impulsi: il circolo vizioso porta il pubblico a chiedere più gossip e mondanità e il giornalista a dargli più gossip e mondanità ma inesorabilmente meno informazione, soprattutto quella realmente critica e riflessiva.
Oggi nasce il giornale “Il Fatto Quotidiano” a cura di quella parte di giornalisti più indipendenti e seri: chissà, speriamo bene!
Gheddafi, signori, chapeau!
14 Settembre, 2009
“Sulle sacre sponde del suolo italico si odono arrivare le alleate navi del popolo libico: il glorioso saluto del tricolore sventolante e il sorriso di fanciulle in festa rende omaggio alla fedeltà del più rispettabile tra gli amici d’Africa”.
Non mi sarei affatto meravigliato se qualche allegro telegiornale avesse avuto la brillante idea di delegare l’Istituto Luce per la presentazione della visita di Gheddafi in Italia.
E con questo non voglio nulla togliere all’opera di impegno civile che l’Istituto Luce ancora oggi svolge sia per la divulgazione gratuita dei filmati del ventennio fascista, sia per le partecipazioni in produzioni del cosiddetto cinema impegnato.
Il problema è che non avrebbe affatto stonato il tono fiero e pomposo che contraddistingueva la propaganda del regime: ma stiamo o no non stiamo parlando di un dittatore, sostenitore del terrorismo internazionale, persecutore e “depauperatore” di nostri connazionali residenti in Libia, e autore di un attacco missilistico ad una base americana situata sull’isola italiana di Lampedusa?
Il 30 Agosto dello scorso anno Berlusconi e Gheddafi hanno concluso un trattato con il quale si stabiliscono accordi economici bilaterali tra i due paesi, si coopera per la lotta all’immigrazione clandestina (che passa proprio per Tripoli) e si “mette una pietra sopra” alla colonizzazione italiana in terra libica risalente al periodo fascista.
Il perdono e l’assicurazione che uno stato faccia il proprio dovere in termini di controllo delle coste pesa sul bilancio italiano per dollari 5 000 000 000. 3,5 miliardi di euro.
Lo Stato Italiano, oramai sedimentato nella più alta forma di democrazia e civiltà, vuole dare uno schiaffo ad un passato di dittatura.
E in che modo lo fa? Pagando un dittatore.
Lo Stato Italiano, dall’alto della sua forza economica e politica, vuole dimostrare la sua magnificenza porgendo la mano ad un paese appartenente al continente più povero del mondo e culturalmente diverso.
E in che modo lo fa? Facendosi deridere dai discorsi di un colonnello che è venuto in Italia a dare lezioni di democrazia.
E non solo: per l’alto rispetto verso le istituzioni italiane rappresentative del popolo sovrano, Gheddafi ritarda la visita alla terza carica dello Stato ospite senza che da fonti ufficiali arrivi giustificazione alcuna.
Il curriculum del dittatore include precedenti in tal senso: la cura personale può arrivare ad occupare buona parte della sua giornata con lunghe preparazioni estetiche ed ore ed ore di indecisioni sul vestiario più adatto.
Ecco, popolo italiano, chi abbiamo ospitato per tre giorni.
Ecco , Magnifico Rettore della Sapienza, chi Lei ha ospitato con tanto onore, ed ecco chi è , Magnifico Rettore dell’Università di Sassari, il soggetto che Lei avrebbe voluto insignire della laurea ad honorem in Giusrisprudenza.
Perché in nessun altro paese del mondo civilizzato sarebbe stata possibile una simile mancanza di rispetto?
Abbiamo permesso che dal nostro paese Gheddafi paragonasse il nostro più grande alleato (gli Stati Uniti) ad un terrorista islamico.
Abbiamo permesso che ci spiegasse come rendere più paritario la figura della donna (lui, che per religione è obbligato a considerarla molto meno provvista di diritti rispetto all’uomo).
Non voglio arrivare a dire che lo Stato Italiano avrebbe dovuto chiedere copia del discorso del capo di Stato Libico: viva la libertà di parola.
Niente però è stato fatto per rendere barzellette, perché di quello si tratta, le parole di un dittatore.
Ci sono importanti accordi economici (l’incontro con Confindustria non è certo casuale): c’è di mezzo l’oro nero, e rilevanti partecipazioni italiane nell’economia di un paese che gli analisti guardano con rispetto in termini di crescita.
L’onore, però, va ben oltre.
La Francia non avrebbe mai permesso un simile affronto, così come l’Inghilterra, la Spagna, la Germania.
Il problema è che io non mi voglio rassegnare all’idea che siamo un paese debole, oggetto di derisione da parte anche del più bizzarro capo di Stato africano.
Siamo un paese ingenuo: la dittatura è, per eccellenza, il potere di un individuo che con la forza si erge a capo di uno stato.
E da sempre la dittatura non sopravvive troppo alla morte del dittatore primo.
Terminata la carica dell’attuale Presidente del Consiglio, essendo l’accordo firmato da Berlusconi non in quanto Berlusconi ma in quanto rappresentante del popolo italiano, Tripoli potrà sempre impugnare qualsiasi inadempienza di Roma alla luce di quell’accordo.
Nel caso invece il potere di Gheddafi fosse rovesciato, nel caso in cui i figli non riuscissero a tenere le redini del governo alla morte del padre, chi tutelerà il nostro accordo, i nostri miliardi di euro?
Un auspicabile futuro presidente eletto dal popolo non avrà di certo l’obbligo di riconoscere un foglio frutto di un ordinamento ormai caduto (a nessuno verrebbe in mente di rivendicare Fiume come città italiana alla luce del Trattato di Roma che Mussolini fece con la Jugoslavia).
In queste ore si consuma il dibattito sulla legge elettorale: bipartitismo si, bipartitismo no.
Io ribadisco: bipartitismo NO.
Voi affidereste tutti i fili del paese a questi due partiti omologati in modo così preoccupante?
Basti vedere come Pdl e Pd hanno reagito in modo uniforme alla venuta di Gheddafi in Italia: tanta commozione per Berlusconi, tanta preoccupazione per D’Alema e Letta che sono corsi dal dittatore per tenergli la mano durante il dolore che gli ha impedito di presentarsi all’incontro con Fini.
NON DIMENTICHIAMO I MORTI DI LOCKERBIE!!!
VOGLIAMO UN GOVERNO CHE SIA ALL’ALTEZZA DELLA NOSTRA STORIA: SIAMO GLI EREDI DEL PIU’ GRANDE IMPERO CHE L’UOMO RICORDI, SIAMO COLORO CHE DOPO UNA GUERRA CHE CI HA LACERATI SIAMO RIUSCITI A RISORGERE DALLE CENERI, SIAMO STATI I PRIMI FIRMATARI DI UN EUROPA UNITA, SIAMO IL PAESE DI MARCONI, COLOMBO, MONTALCINI, CAVOUR, EINAUDI.
SIAMO IL PAESE CHE PUO’ VANTARE UNA DELLE PIU’ GRANDI RETI DI PICCOLI MEDI E GRANDI IMPRENDITORI, CHE, NONOSTANTE POLITICHE SEMPRE PIU’ AVVERSE, RIESCONO A TENERE ALTO IL NOME DEL MADE IN ITALY.
SIAMO IL PAESE DELLA COSTITUZIONE DEL 1948.
SVEGLIAMOCI GENTE, SVEGLIAMOCI!!!
Fortapàsc
21 Marzo, 2009Napoli, 21 Marzo 2009, ore 2:03
“Chissà come sarebbe la nostra vita se ci fosse una colonna sonora di sottofondo ad accompagnarla in ogni istante”.
Lo penso spesso.
Certe volte sarebbe noioso. Sempre la stessa canzone!
Più di frequente uno si divertirebbe a vedere come le emozioni possono cambiare da un secondo all’altro, da Beethoven a Sinatra.
Stasera ho visto al cinema Fortapàsc, di Marco Risi, film su Giancarlo Siani, ucciso a ventisei anni dalla camorra perchè scriveva e sapeva cose scomode.
Stasera la mia musica sarebbe stata assillante, ripetitiva, martellante.
Anzi, stasera la mia musica è stata proprio assillante, ripetitiva, martellante: mi si è proprio “incagliato” il disco.
I complimenti al regista per questo film meraviglioso e all’attore, per la personificazione eccezionale, vengono dopo, forse tra cinque giorni.
Ora sono come chi non ha ancora realizzato il lutto; e non mi si dica che l’accostamento è fuori luogo: nessun napoletano può dirsi immune dai quei proiettili che seppellirono cinquanta anni di aspettativa di vita, almeno per raggiungere l’età media di chi muore senza piombo.
“Ogni volta ogni volta che mi guardo intorno
ogni volta che non me ne accorgo
ogni volta che viene giorno
E ogni volta che mi sveglio
ogni volta che mi sbaglio…”
Vasco non va più via dalla mia serata, continua a tormentarmi, portandomi alla mente le immagini del film.
La mia cieca ignoranza mi ha portato a non sapere niente di Giancarlo Siani, per venti anni: lui a qualcuno in più aveva già un buon motivo per essere ammazzato.
Il titolo del film, “Fortapàsc”, è la traslitterazione napoletana di Forte Apache, consegnato alla storia del cinema come il luogo dove l’esercito americano, guidato da Hanry Fonda, fu sconfitto dagli Indiani d’America (chiara allussione alla famosa battaglia di Little Bighorn).
Fortapàsc come Napoli, come Torre Annunziata ( che fu la base principale della tragedia ).
Non è così: se fossimo come a Fortapasc sarebbe già un passo avanti.
Noi non siamo in guerra, questo è il problema: se ci fosse un conflitto tra due fazioni, allora la camorra non avrebbe che ancora poche ore di vita.
Diamine siamo di più, e più forti.
Napoli 21 Marzo 2009, ore 04:10
Da questa sera ho capito che siamo veramente miseri.
Giorni e giorni a colare sudore su un libro, a seguire un amore, a lavare una macchina, a seguire un sogno.
Poi un “pa pa pa pa ” asciugna il sudore di un libro, taglia la corda di un amore, sporca di sangue una macchina.
Non ammazza un sogno.
Questa mia notte insonne la dedico a chi può morire domani sapendo di aver lasciato il proprio sogno nelle condizioni di volare da solo.
“
E ogni volta che torna sera
mi prende la paura
e ogni volta che torna sera
mi prende la paura
E ogni volta che non c’entro
ogni volta che non sono stato
ogni volta che non guardo in faccia a niente
e ogni volta che dopo piango
ogni volta che rimango
con la testa tra le mani
e rimando tutto a domani “
Non so cosa ci sia dopo la vita,
ma qualunque cosa fosse,
spero abbia un occhio di riguardo
per chi si è visto togliere le parole.
A Giancarlo Siani,
inchiostro indelebile
di una battaglia da vincere.

Due film con la “X”
19 Febbraio, 2009Negli ultimi giorni mi è capitato di andare al cinema due volte a distanza di poche ore. Non accadeva da un bel pò!
Ho visto “Ex”, e “Frost/ Nixon, il duello”.
Bhè il primo è stata un vera e propria sorpresa: pensavo fosse il classico film leggero, talmente tanto da sfociare nel patetico.
E invece mi son piacevolmente trovato a guardare un film ben recitato (cast d’eccezione come direbbero nella pubblicità), per nulla volgare e con una fievole ma piacevole vena seriosa che non stonava affatto.
Il tema di fondo è già indicato nel titolo: Tutti, chi solo per poco tempo, chi invece definitivamente, siamo stati/saremo “Ex” nelle nostre tormentate vite sentimentali.
E attorno a questo nucleo di base ruotano cinque storie molto carine che avranno tutte una propria, curata, autonomia, e un proprio finale.
Sicuramente non sarà un film da palma d’oro ma senza dubbio è un ottimo modo per trascorrere un paio d’ore con spensierata attenzione.
Per quanto riguarda Frost/Nixon è da premettere che trattasi di tutt’altro genere di film rispetto ad “Ex”, e stavolta non per la differenza di budget (non saranno molto distanti) ma per la diversa trattazione.
Frost / Nixon è la storia del presentatore britannico David Frost, famoso conduttore di talk show degli anni settanta, che si giocò tutte le sue carte professionali ed umane per intervistare il Presidente dimissionario degli Stati Uniti, Richard Nixon, duramente colpito nella sua credibilità politica dallo scandalo Watergate.
Nixon fu graziato dal suo successore Ford ed uscì di scena senza passare dalla porta di alcun tribunale: questo, intile dirlo, gli americani, sempre bramosi di verità, non lo digeriranno mai.
Proprio per questo ebbero un successo planetario le interviste al Presidente di David Frost, che rappresentano tutt’oggi non solo un baluardo del giornalismo mondiale, ma l’unica forma di pseudo processo condotta all’unico Presidente degli Stati Uniti d’America che ha rischiato seriamente l’impeachment.
Il film tutto sommato è ben fatto, gli attori molto bravi (soprattutto Nixon interpretato da uno straordinario Frank Langella) e la sceneggiatura sicuramente molto netta sia nei tempi che nella fabula.
La chiave di volta del film è efficace, la prospettiva non è obbiettiva ma soggettiva: tutto è visto dagli occhi dei due protagonisti che sanno di doversi giocare tutte le carte in soli quattro round (il sottotilo “il duello” è chiarificatore di questo).
Molto felice è stata la scelta di non bypassare la fase di fortissima difficoltà che ha accompagnato il Presidente nelle sue dimissioni e il presentatore nella ricerca frenetica di fondi, sponsor e produzioni disposti a sorreggere un progetto ambizioso quanto rischioso.
Sbavatura del film è stata la cura del personaggio Frost, troppo approssimativo nei tratti interiori rispetto alla cura di un Nixon che ha rasentato la pantomima per la precisione e l’abilità dello sceneggiatore e dell’attore.
Il film si presenta anche come un ottimo spaccato dello show-business americano, almeno alla fine degli anni settanta, tutto stilizzato nel binomio amico/nemico, e poco confortevole per la tenacia ingombrante di un “semplice” presentatore di talk show, destinato ad essere etichettato come tale per tutta la sua vita (almeno quella produttiva).
Molto apprezzabile ho trovato il parallelismo rischioso che il regista ha messo in campo tra le due figure principali.
Due personaggi che sono lontani anni luce ma che si ritrovano a versare le stesse gocce di sudore nello stesso ring.
Nixon, a margine di un’esistenza controversa, cerca di riabilitare quell’onore che gli americani avevano sottratto lui dopo il Watergate, e Frost, dopo una vita colma di sorrisi stampati in tv e bella vita in giro per il mondo, decide di mettersi in gioco per riabilitare il suo onore in quell’america che lo aveva scartato dal salotto buono costringendolo ad accontentarsi della sperduta Australia, e della piccola Inghilterra.
Due personaggi molto simili, che non macheranno di tenere il pubblico sulle spine e di divertirlo, all’occorrenza.
Due personaggi colti nella loro intimità umana e professionale.
Due personaggi, che la storia voleva ridotti ad uno: vincerà Frost ma il finale, in America si sa, è sempre a lieto fine.
Del doveroso lutto nazionale
13 Febbraio, 2009Statisticamente dico cose inesatte, se si prende a parametro di verità l’opinione più diffusa.
In questo momento storico, in questo preciso paese, a questa specifica età, mi sento assolutamente fuori dal sistema.
E, cosa ancor più grave, mi sento fuori dalle logiche di questo vortice, in una condizione di ignoranza assoluta: ignoro il perchè!
Perchè, cari consociati, la morale vi ingabbia?
Odiate il fascismo ma siete fascisti con voi stessi: uno stato non può, per perseguire il fine ultimo, far divenire lo scopo più importante dei fruitori stessi che dovrebbero goderne.
Il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me.
Non esiste una morale che si scinda dall’uomo.
L’uomo è l’apriori della vita sociale non i valori, quelli siamo noi a determinarli.
Ora, se voi dissentite, cade l’assioma e addio postulato e teorema.
Qualora, però, voi acconsentisse, allora spiegatemi perchè dopo la morte di una persona in coma irreversibile da 17 anni, dobbiamo sottoporci ad una doverosa procedura di partecipazione al dolore in forma pubblica, con rilevatore auditel.
Le televisioni oramai si erano preparate a seguire il protocollo della Cassazione: Eluana doveva morire entro una decina di giorni, per quella data sgomberiamo palinsesti e prepariamo fazzoletti asciugalacrime.
Poi l’imprevisto: madrigna tecnologia ha allungato la vita della giovane Eluana per 17 lunghissimi anni, mamma natura ha posto fine alle sue sofferenze in circa 72 ore.
Ma non voglio aprire un dibattito circa la giustizia o meno della sentenza perchè io resterò della mia idea e il comitato etico (basterebbe il nome…) della sua.
Solo che Enrico Mentana si dimette da direttore editoriale e da conduttore di Matrix perchè non ha potuto gareggiare con il rivale della tv pubblica e Chiambretti che, stimavo tantissimo, inizia da tre puntate con il ricordo di Eluana mostrando immagini del funerale (per l’audience da specificare che non c’erano i genitori) e portando a modello le parole del padre della giovane.
“Lasciatemi solo!”, dice lui. “Magari se dovete starmi vicino compratevi il libro” aggiungo io. Per la fascia degli abituali lettori dei primi scaffali Feltrinelli: Beppino Englaro, “Eluana”, Rizzoli.
Sua santità Bruno Vespa ha la coscienza apposto, indulgenza costata una puntata speciale di Porta a Porta al posto della serie poliziesca “IL bene e il male” (titolo molto originale, classica genialata).
Ma il pubblico non è contento, Mediaset non ha allestito la camera ardente nella sua stanza più pregiata e quindi che muoia Berlusconi (figlio) e tutti i filistei.
Io già immagino.
Rai Uno.è morta Eluana. Simona ventura channel: è morta Eluana. Rai tre:è morta Eluana. Emilio Fede house:è morta Eluana. Canale 5: è morta Eluana. Italia 1:è morta Eluana. La 7, la tv del distacco dalla massa:E’ morta Eluana! (il distacco è la lettera maiuscola).
Solo così avremmo potuto ambire alla vita eterna, e invece voi undici milioni di spioni del grande fratello e amanti di Mara Maionchi e Dj Francesco ci avete costretto a penare qui, tra una legge al senato e un libro che casualmente è uscito oggi dopo 17 anni.
Pensandoci bene, sapete cosa vi dico? Dal momento che oramai, a causa di quelli che fanno il palinsensto, siamo destinati alle fiamme eterne, ora dico proprio come la penso, tanto che volete che sia un anno in più tra le fiamme dell’inferno?!
Io sono stato proprio felice di vedere che il GF è andato in onda e che X factor non si è fermato (per quanto mi riguarda potevano essere anche Schindler’s List e La vita è bella) ; e mi ha proprio roso il culo la puntata di Vespa e il preview di Chiambretti.
Qui due sono le cose: o alziamo i toni della discussione e parliamo di testamento biologico e via discorrendo, o facciamo la solita chiacchierata da autobus con tanto di collegamento dalla casa di cura di Udine con l’indicazione precisa dell’ora della morte.
Se vogliamo sondare l’italico pensiero circa la futura doverosa legge da fare, allora è inutile prendere a pretesto il giorno della morte di Eluana per sfruttare il canale mediatico di un simile accadimento.
Parliamone dopodomani, o fra quattro giorni, tanto nessuno se la dimentica la storia.
Da che l’Italia ha una identità in senso politico non è mai stata fatta una legge in tal senso, ora bisogna farla in due giorni.
Se invece vogliamo continuare a fare i soliti moralisti che devono essere virtualmente presenti al dolore, il discorso è diverso.
Che Vespa liberi lo studio del plastico della casa di Cogne e del coltello di Annamaria Franzoni e allestisca un bel lettino con tanto di respiratore e flebo.
E attenzione, io non condanno le vecchiette che vogliono vedere il televisore con il rosario in mano e sapere se per il funerale sarà usata una bara bianca o marrone: per quello Emilio FEDE basta e avanza.
E non voglio nemmeno sostenere che il Grande Fratello o X factor siano programmi nobili tanto da poter essere comunque elettivi dell’animo tanto quanto la morte di una ragazza (chi mi conosce lo sa che reputazione ho dei reality, ma quello è un altro articolo).
Il fatto è che io non mi sentirei in colpa se quella sera volessi guardare un film di Verdone o giocare a briscola (o a poker texas hold’em per alzare lo share).
E se fossi stato Chiambretti non mi sarei sentito in dovere di iniziare tre puntate con le parole del padre di Eluana e con uno pseudo lutto nei toni.
Il Chiambretti Night Show non è un programma di approfondimento etico-sociale o politico e quindi potrebbe trattare di Eluana solo in quanto persona morta.
E allora fermiamo le partite di calcio e i Cesaroni ogni qual volta viene stuprata una donna, o crepa un essere umano magari di morte anche più violenta di quella che ha subito Eluana, magari senza nemmeno la giustificazione di una sentenza (in quel caso legge dello stato).
Per la fine del 2009 gran parte dell’Italia sarà ALL DIGITAL: avremo tutti il segnale esclusivamente digitale terrestre.
Molti più canali, molte più camere ardenti e molti più reality.
E io continuerò a non sentirmi in colpa di sbavare su Belen Rodriguez se contemporaneamente Bin Laden minaccerà l’occidente.
Ma io si sa, sono una pecorella smarrita.
Comandante!
26 Novembre, 2008 Avete presente la sensazione di quando rivedete un film dopo tanti anni e, grazie alle nuove esperienze/conoscenze, riuscite a capirne meglio alcuni aspetti, a ridere con più gusto di certe battute o a carpirne con più profondità la critica?
Bene.
Ora fate scorrere il rewind dei vostri ricordi a ritroso, come a cercare un momento preciso, un giorno in particolare e soffermatevi su quello che vi appare più nitido, più ricco di particolari.
Come direbbe Giovanni Muciacia da Art Attack o,nella migliore delle ipotesi, Fiorello: “Fatto?”
A me è capitato questa mattina.
Mi è venuto in mente un giorno del liceo, uno di quelli in cui sei contento perchè non si fa lezione.
Si andava al cineforum, titolo della proiezione :”Comandante” di Oliver Stone, documentario su Fidel Castro, dittatore di Cuba.
Aberrante.
Una celebrazione in bello stile di un uomo che tiene in ostaggio un’isola da quasi cinquanta anni.
Che bella immagine ne uscì del paese dei sigari e del rhum: un’isola dove si studia gratis, ci sono i migliori medici del mondo, e le medicine costano poco ma soprattutto un’isola che riesce a vivere nonostante l’embargo perchè c’è la libertà. Libertà? Libertà?!
Non dimenticherò mai l’applauso finale di tutti e il mio conseguente odio verso il loro egoismo.
E le ragazzette che si vendono ai turisti di tutto il mondo in cambio di una cena perchè non sono mai andate in un ristorante?
E il diritto al voto?
E la doppia moneta contante che circola sull’isola (i cubani pagati con una moneta poverissima e gli affari turisti gestiti in dollari)?
E i morti o i prigionieri rinchiusi perchè avversi al regime?
E la gente che non può uscire dall’isola perchè chiamata a contribuire alle sorti di una nazione liberticida?
Lo sapete ora a Cuba la gente cosa sta facendo?
Stanno combattendo contro i danni di due uragani, ancora oggi dopo un bel pò di mesi.
I giornali oramai non si ricordan più chi sono Gustav e Ike ma i cubani li ricorderanno ancora per molto tempo.
Questo sfogo lo voglio dedicare a chi è ancora in tempo per rettifcare quell’applauso, a chi ha un pò di tempo per leggere “Generaciòn Y” (http://www.desdecuba.com/generaciony/) e alla proprietaria di quel blog, Yoani Sanchez, che ha ringraziato anticipatamente me per la pubblicazione di questo articolo e voi per la lettura.
R.A.I (Riccardo Avanza Isolato…e fa bene!)
25 Novembre, 2008
Qualche tempo fa, scambiando quattro chiacchiere “da bar dello sport”, un amico mi fece una domanda un pò strana alla quale lui stesso diede una risposta altrettanto incomprensibile, che non afferrai a fondo.
“Contro chi non ti metteresti mai contro?”,mi domandò.
“Contro le mosche” -risposi io dopo averci pensato per qualche secondo e dopo essere stato illuminato dal pensiero di una notte insonne passata a combattere un fastidiossimo ronzio.
Oggi,a distanza di mesi, ho rivisto quell’amico dai marzulliani quesiti.
L’ho fermato per rettificare quella risposta, compito semplice in una giornata così fredda da farmi riconsiderare persino le mosche, sinonimo di un’estate,ahimè, ormai andata (era pure ora,però).
Oggi mi metterei contro tutti tranne i media.
Riccardo Villari docet: medico stimato, docente universitario, senatore della Repubblica nelle liste del Pd, fino a ieri.
Detto così niente male.
Da oggi per tutti uomo attaccato alla poltrona, voltagabbana e condannato a marcire nel girone del gruppo misto dopo la condanna di Minosse-Finocchiaro.
Detto così ci vien da domandarci se stiamo parlando della stessa persona.
Potere dei media, appunto!
Facciamo luce sulla vicenda: la commissione parlamentare per l’indirizzo generale e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi viene di norma eletta in base ad un nome proposto dall’opposizione e condiviso dalla maggioranza.
Questa prassi è seguita per dare una garanzia circa l’indirizzo dell’informazione pubblica (per gli amici la RAI) essendo questa controllata dalla maggioranza parlamentare.
IL nodo centrale è: dati gli ormai noti rapporti tra l’Italia dei Valori e la maggioranza, soprattutto nelle figure dei due segretari di partito, e visto che si tratta di una proposta e non di una imposizione, è possibile mai che per più di 40 votazioni l’opposizione ha ripetuto il nome di Leoluca Orlando, rendendo impossibile il dialogo e la conseguente elezione tanto da far intervenire il Presidente della Repubblica per sollecitare una repentina decisione?
Cosa avrebbe dovuto fare il centro destra? eleggere Orlando stando al diktat dello schieramento opposto?
Perchè il nome di Zavoli non è uscito prima?
Ora però tutti questi punti interrogativi devono fare i conti con la dignità di una persona regolarmente eletta, espulsa dal proprio partito e attaccata da tutti i fronti, persino da quelli che lo hanno votato (da ricordare,per la cronaca, che determinanti per la votazione son stati due “franchi tiratori”, dei quali la sinistra sembra avere lo stampo).
Qualsiasi soluzione deve essere presa partendo dalla base che il presidente della commissione vigilanza è e resta il Dottor Riccardo Villari, onde evitare il crearsi di un pericoloso precedente: la struttura democratica ha previsto un meccanismo di elezione che ha portato ad una nomina regolare.
Solo ora il Pd-Idv si è ricordato del vecchio caro Zavoli, giovanotto di 85 anni (verso uno svecchiamento della politica?), ex presidente della stesa Rai e giornalista di fama indiscussa.
Ora in gioco entra la questione d’onore perchè è inammissibile che un presidente di commissione vigilanza Rai sia stato eletto senza accordo nonostante la sinistra avesse fatto di tutto per arrivare ad una soluzione condivisa (si chiama democratizia dell’aut aut: “O Leoluca Orlando o Leoluca Orlando”).
Probabilmente all’homo novus Veltroni è venuta meno l’opportunità di riappacificarsi con l’Italia dei Valori (gli sarà giunto anche a lui che se si votasse oggi l’Italia dei valori avrebbe il doppio dei consensi presi nell’ultima consultazione) offrendo come pomo della concordia una poltrona così ambita (non dimentichiamoci che riguarda il settore viziato dal conflitto di interessi del cavaliere).
Qualche tempo fa, scambiando quattro chiacchiere “da bar dello sport”, un amico mi fece una domanda un pò strana alla quale lui stesso diede una risposta altrettanto incomprensibile, che non afferrai a fondo.
“Contro chi non ti metteresti mai contro?”,mi domandò.
“Contro le mosche” -risposi io.
“Io contro i media”- ribattè lui!
Memento mori!
21 Novembre, 2008
Coloro i quali nella loro vita hanno avuto l’occasione di aprire le prime pagine di un libro di diritto o semplicemente di essere presenti alla prima lezione di un corso di giurisprudenza, hanno appreso che la base di partenza dell’esperienza sociale umana parte da elementi che sembrano essere connaturati nell’uomo stesso.
Insomma sembra che nessuno più obietti il fatto che la predisposizione alla socialità piuttosto che la naturale spinta all’organizzazione o ancora l’innato impulso alla procreazione e al conseguente sviluppo della specie, siano elementi imprescindibili della nostra struttura ontologica.
Una società primitiva (nell’accezione etimologica) è caratterizzata da una impalcatura molto scarna ed essenziale: l’obiettivo è la sopravvivenza della comunità e per ottenerla si adoperano regole che inquadrino ogni consociato nell’ottica di questo scopo.
Non mi meraviglia più di tanto che l’elegantissima Costituzione italiana, il nostro codice civile o ,per allargare l’orizzonte in senso cronologico-spaziale , il Code Napoléon piuttosto che le altre eminenti “carte” del mondo, non facciano menzione di cosa sia l’uomo.
La ragione di questo mancato stupore nasce da un motivo ben preciso: tutte le sopraelencate codificazioni nascono come risultati di periodi storici che necessitavano di risposte ben altre rispetto ad una riflessione sulla natura dell’uomo.
La Costituzione Italiana nasce come rinascita etica,politica e morale di una nazione dilaniata da venti anni di regime; il codice civile, per coloro che non lo sapessero, è datato 1942 ovvero diciannovesima era fascista per cui, seppur nel suo grande e innegabile merito, sicuramente non è inseribile in un contesto ideologico e intellettuale degno di una riflessione sull’uomo (riflessione che eventualmente sarebbe comunque morta con la fine del ventennio).
Il Code Napoléon o comunque la Costituzione americana sono prodotti di rivoluzioni che hanno portato grandi e memorabili apporti allo sviluppo civile dell’uomo ma da qui ad aspettarsi una puntualizzazione sull’essenza più intrinseca dell’essere umano sembrerebbe davvero troppo.
Il fatto che norme definitore in tal senso non fossero state formalmente poste ha però portato a trascurare la riflessione anche all’interno degli stessi consociati.
Oggi,però, i tempi sono maturi per mettere all’ordine del giorno una seria analisi di come l’attuale periodo storico possa definire l’uomo, senza seguire lo schema finora seguito secondo il quale l’essere umano non è nel sistema ma è elemento aprioristico rispetto ad esso e quindi non necessitante di definizione.
Il problema è più antico di quanto ci si possa credere: sono ben più antiche rispetto all’ultimo caso riguardante Eluana Englaro diatribe intorno non solo alla cessazione della vita ma anche riguardo l’inizio della vita stessa.
L’indirizzo giurisprudenziale corrente fa coincidere la nascita con l’inizio dell’attività respiratoria ma è ben radicata nel nostro sistema la concezione che la vita inizi a tutti gli effetti, e quindi sia foriera di diritti, anche all’interno del grembo materno.
Per quanto riguarda la morte,invece, all’alba del terzo millennio si rende urgente un cambiamento di ottica rispetto alla tradizione che vede l’essere umano morto solo allorquando sia cessata l’attività cardiaca.
Come può la scienza, che per definizione persegue lo sviluppo e il benessere dell’uomo prolungare, senza speranza alcuna, di diciassette interminabili anni la vita di una persona riducendone la dignità alla sola attività di nutrimento?
E’ lampante la contradictio in terminis e la stupidità di certe considerazioni etico-religiose.
Stiamo toccando con mano un aspetto che è antico quasi quanto il mondo e che risale a Protagora: “ l’uomo è misura di tutte le cose,di quelle che sono in quanto sono e di quelle che non sono in quanto non sono”.
A prima vista questa frase sembrerebbe solo una citazione colta che,però, non arricchisce di nessun elemento la discussione: guardando meglio si può invece capire come essa sia attuale proprio per un doveroso richiamo al buon senso.
Mi spiego meglio con un esempio: la scoperta di Einstein sull’energia atomica è stato il vero caposaldo della scienza moderna; si guardi,però, l’uso improprio che di quella famosa formula se ne è fatto e se ne continua a fare in termini di armamenti.
Risulta logica conseguenza il fatto che l’eventuale riflessione sulla struttura ontologica dell’uomo non abbia la pretesa di assolutismo ed è ovvio che essa percorrerà una strada,di pari passo con l’evoluzione politica etica e scientifica, che sicuramente la porterà ad essere modificata ed innovata nel corso degli anni.
L’ordinamento e i valori di una comunità cambiano con il mutare dei fenomeni storici: prima della modifica apportata al “diritto di famiglia” nel 1975 la donna era considerata subordinata all’uomo.
Non c’è da gridare allo scandalo perché si trattava di una concezione radicata negli uomini e nelle donne stesse fin quando le condizioni storiche e sociali non mutarono portando il legislatore ad intervenire.
E’ ovvio che oggi la maggior parte di noi converrebbe su una definizione di “uomo” e di vita umana molto diversa da quella su cui potrebbero convenire le future generazioni,qualora magari uno scienziato scoprirà una terapia che possa in maniera molto massiccia aumentare le speranze di chi si trova nel coma.
Il mio auspicio non è tanto quello di vedere formalizzata una legge (credo che si tratti di una materia troppo riguardante il singolo soggetto per essere generalizzata) quanto quello di veder nascere un contraddittorio sociale su questo tema.
Il mio augurio è quello di veder scontrate le più avverse tesi così da veder nascere dalle ceneri di queste una concezione largamente accettata, secondo l’hegeliano ed insostituibile schema TESI ANTITESI E SINTESI.
Riflettere non è mai negativo perché qualunque soluzione sarebbe sempre meglio del vergognoso vuoto normativo con il quale una società del 2008 non può ritrovarsi.
Personalmente credo che urga una legge non che miri a definire quando finisce la vita umana ma che, piuttosto, infonda il dovere a tutti di pensarci .
Io ci sto pensando da tempo e sono arrivato a proporre questo ai miei cari consociati,nella speranza che questi mi lincino con le loro controproposte così da aver avviato un circolo sicuramente virtuoso:”cosa ne dite di una legge che, magari a partire dagli anni 21, infonda l’onere (e non il dovere) di rendere pubblico agli uffici competenti le proprie volontà in merito alle terapie che intende o non intende accettare nell’eventualità in cui dovesse trovarsi nella condizione di incapacità di esprimere il proprio diritto di acconsentire o non acconsentire alle cure proposte (consenso informato) per malattie o lesioni traumatiche cerebrali irreversibili o invalidanti che lo costringano a trattamenti permanenti con macchine o sistemi artificiali che impediscano una normale vita di relazione?
E cosa ne dite di metterci un bel comma nel quale si rende manifesto l’onere per la persona di esprimersi anche sull’espianto degli organi e di far valere il silenzio assenso nel caso di nessuna indicazione,lasciando al parente-tutore la possibilità di scelta per coloro i quali non abbiamo ancora compiuto i 21 anni?”
Molti di voi,provveduti, penseranno a giusta ragione che avrei potuto semplicemente concludere l’articolo dicendo:”cosa ne pensate del testamento biologico?”.
La mia risposta a costoro è che si tratta di una riflessione nuova sia per chi come noi giovani sente molto lontano il momento della morte e sia per tutti quelli che,e dall’ultima indagine statistica sembrano esserne molti, non sanno cosa sia il testamento biologico : ne consegue dunque che sia meglio non dare mai nulla per scontato e dare quanti più strumenti a tutti per capire di cosa stiamo parlando, che non fa mai male.
L’uomo che sBARACKò la vecchia America
14 Novembre, 2008Quando scrivo un articolo,un pezzo,o semplicemente quando metto su carta pensieri e parole parto sempre da un punto,da un immagine ,da un contesto.
Lo faccio da sempre,o meglio,l’ho fatto sempre fino ad oggi: oggi devo scrivere di Barack Obama,di quell’America (comunemente intesa) dove davvero tutto è possibile.
Devo cestinare quel titolo che avevo già in mente,allorquando mancava ancora un po’ al giorno delle elezioni e andava di moda un sondaggio: ”se fossi americano per chi voteresti?”.
“Il mondo voterebbe per Obama,gli States NO!”.
In cuor mio lo speravo che il senatore dell’Illinois ce l’avrebbe fatta ma mi frena un vissuto ventennale su questo pianeta e un minimo di senso storico: insomma alla fine credevo che moriva il buono e trionfava il “cattivo”,che tutto sommato già era un successo per un afroamericano essere arrivato lì,a sfidare un reduce del Vietnam,a battere la moglie di uno dei presidenti più apprezzati della storia a stelle e strisce.
Quando scrivo un articolo,un pezzo o semplicemente quando metto su carta pensieri e parole parto sempre da un punto,da un immagine,da un contesto: per parlare del neo presidente degli Stati Uniti d’America mi sto sforzando di portare la mia mente a qualche ora prima dell’elezione,quando c’era tanta speranza ma ancora nulla di ufficiale.
Non ci credo ancora,forse perché non ho ancora visto formalmente Obama parlare al congresso o incontrare un capo di stato.
Non ci credo ancora perché ho nelle ossa troppi anni di immobilismo,perché ho visto la famiglia Bush governare il più importante paese e del mondo per dodici anni,perché vivo in un paese dove governano le stesse facce da troppo tempo.
In un mondo dove il brand vale più del prodotto stesso,è doveroso chiarire che a vincere è stato il marchio Obama sul marchio Mccain.
Ha vinto l’uomo senza troppi interessi economici,apparentemente fuori dalle lobbies,l’uomo che ce l’ha fatta da solo,che ha una splendida famiglia,che è americano al cento per cento anche se ha la pelle nera,che incanta le folle quando parla:insomma ha vinto un portatore di valori.
L’attenzione si è spostata molto da un piano squisitamente politico e partitico ad un piano squisitamente personale.
La politica estera che occupa forse più della metà dell’operato di un presidente americano non subirà troppa discontinuità.
Quello che si romperà sarà il doveroso ancoraggio ai valori di un passato incarnato da un settantaduenne al quale oggi si può solo affidare la riconoscenza per aver rischiato la morte per la causa patriottica;gli americani hanno capito che una società complessa come la loro non può più essere divisa in bianchi e neri,che è il momento di stringersi intorno a punti cardinali comuni per sconfiggere una crisi dalla quale oggi e non domani si deve uscire.
Obama è stato scelto non perché è il candidato democratico ma perché è Obama; il popolo è stato convinto da tutte quante le caratteristiche che lo rendono unico: la sua matrice afro, il modo di porsi e comunicare,le sue idee e il suo coraggio.
Ha vinto perché in questo preciso momento storico serve uno come lui: sarà una guida politica e morale,avrà la parola giusta e rassicurante in periodi sicuramente non semplici e avrà dalla sua la fortuna di esser venuto dopo otto anni di governo disastrosi .
Obama è stato eletto presidente in un paese dove la laicità dello stato non è certo l’argomento che più interessa alla gente: si tratta pur sempre di una nazione che deficia di personaggi come Machiavelli o di un elite intellettuale alla stregua magari di quella dei nostri cugini d’oltralpe.
E’ proprio nel contesto del “God bless America” che il quarantaquattresimo presidente degli Stati Uniti si ergerà a presidente del popolo americano: sarà in questo spirito che i suoi discorsi un po’ magistrali e didattici saranno avvertiti come la voce di un’intera nazione che sa di essere arrivata in un punto di non ritorno.
Pubblicato da luigicarbone
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