Recensione “Mine vaganti”

17 marzo, 2010

“Mine vaganti” è l’ultimo film di Ferzan Ozpetek, l’ottavo per il regista turco naturalizzato italiano: ancora una volta è la condizione del gay il soggetto della pellicola, a testimonianza di una volontà di stringere il campo creativo su un unico sfondo.
La camicia da forza su cui Ozpetek ha circoscritto il suo raggio d’azione, sebbene rispettabile, è uno dei punti di debolezza della sua cinematografia che, seppur sempre rinnovata nelle forme, risulta passibile di una certa stanchezza in quanto a sostanza.
Il film in questione avrebbe dovuto rappresentare la maturazione del regista dopo le altalenanti performance che hanno contraddistinto il suo passato dietro la macchina da presa, in ogni caso segnato anche da diversi momenti di plauso in quanto a critica e botteghino.
L’opera di Ozpetek non mi ha mai entusiasmato molto: personaggi mai realmente originali e sceneggiature un po’ stantie sono talloni d’Achille troppo duri da sormontare per i disparati momenti apprezzabili della filmografia dell’italo-turco.
Il film più che la prova di maturità, diviene l’infuso mescolato di Ozpetek, una sorta di sgabuzzino dove metterci il buono e il brutto del proprio passato: della freschezza e del rinnovamento, all’ottavo film quanto meno auspicabile, nemmeno l’ombra. Confusione, tanta confusione!
La storia è ambientata a Lecce, ai giorni nostri: protagonista una ricca famiglia della borghesia pugliese, rispettata nella cittadina per la fiorente attività economica legata alla produzione industriale di pasta, ma sconvolta al proprio interno dalla scoperta dell’omosessualità di quel figlio maggiore (Preziosi) che avrebbe dovuto garantire la continuità alla gloria passata.
“Mine vaganti”, un titolo che si spiega a partire da quelle linee caratteristiche dei vari personaggi che scoppiano in sequenza, ognuno imbottito dell’esplosivo del proprio vissuto.
Il problema centrale sta proprio nell’eccesso di tritolo: ne esce un rombo assordante e quasi fastidioso che non coinvolge mai appieno lo spettatore. Fabula ed intreccio costruite intorno alle singole vite, più che alla storia stessa: un film che si apre e si chiude con l’invadenza di un personaggio che risulta quello meglio curato ma quantomai pesante nell’economia del racconto.
E’ la nonna, la fondatrice del pastificio “Cantone”, tormentata dall’amore proibito per il fratello di suo marito che ne segnerà l’esistenza: i suoi acciacchi e quindi la sua sedentarietà la costringono a diventare spettatrice esterna delle vicende familiari.
Basterebbe questo a riempire di sugo il piatto del pubblico, che da questa pietanza ne avrebbe già ricavato sufficiente sazietà: ma per Ozpetek non basta e allora la sceneggiatura prende i toni del grottesco quando si imbottisce il tutto di un ulteriore figlio gay (Scamarcio), che si scopre studiare a Roma non Economia ma Lettere, spinto dal suo amore per la scrittura e non per l’imprenditoria, come avrebbe voluto papà. E’ proprio nella capitale che ha dato sfogo alla sua natura omosessuale, concretizzatasi in un fidanzamento con l’uomo che ama. Nell’ingordigia si arriva quando il quadretto familiare si arricchisce della presenza di una zia (Elena Sofia Ricci) molto miope e amante dell’alcol, segnata nella sua sfera affettiva da una fuga d’amore a Londra finita con l’improvvisa sparizione dell’amato: il personaggio è caratterizzato da un continuo incubo che la vede oggetto di un rapimento che in realtà lei tanto desidererebbe (la speranza è relegata alla finestra perennemente aperta) per sfuggire all’inutilità della quale si contorna il suo ruolo in famiglia.
Lo stordimento, accentuato anche dal senso ondivago delle riprese, non tarda a diminuire in nessun punto della proiezione: la famiglia Cantone cerca di attutire il colpo con un accordo economico con un’altra importante famiglia del posto. Se ne ricava solo altro casino: il figlio più grande, nel frattempo cacciato di casa per la sua tendenza omosessuale, è sostituito alla guida dell’azienda dal più piccolo, nel frattempo arrivato da Roma, con l’intento di cucire i rapporti con il nuovo partner commerciale rappresentato da un padre e una figlia. L’effetto normalizzante di questo legame è solo utopia: la ragazza si scopre in tutta la sua stranezza, vittima della perdita della madre in età adolescenziale e soffocata dagli impegni di lavoro in cui l’ha trascinata il papà.
Non poteva mancare il bacio, seppur casto, tra la fanciulla problematica e Scamarcio che con lei instaura il classico rapporto dei film di Ozpetek (vedi quello tra Margherita Buy e Accorsi in “le fate ignoranti”): eterosessualità e omosessualità in un vortice privo di regole e forse di senso.
Gradevole, e un po’ pulp, la venuta degli amici di Scamarcio da Roma, rigorosamente gay: nessuno in famiglia, tranne la nonna, sa del segreto del più piccolo e quindi i ragazzi vengono accolti come dei semplici amici conosciuti all’università. Tanti equivoci e tanti qui pro quo mettono a soqquadro il già instabile equilibrio familiare: la morte della nonna sarà l’ultima pietra di questo castello di sabbia di cui sconsiglio la visione.

Per gli attori convincente la prova di Ennio Fantastichini nei panni del padre di famiglia poco incline ad accettare la natura di suo figlio e per questo anche vittima di un infarto. Meno quella della moglie, Lunetta Savino, che sembra portarsi dietro ancora troppo i panni della cameriera sempliciotta della serie “Un medico in famiglia”.
Apprezzabile la prova della Occhini nei panni della nonna; sempre brava la Sofia Ricci, forse un po’ vittima di un personaggio più da romanzo. Buona prova anche per Nicole Grimaudo nei panni, comunque, di un personaggio molto mal curato. Ordinaria amministrazione per Scamarcio-Preziosi.
Voto 4 a Ozpetek e Ivan Cotroneo, che ha co-firmato il soggetto e la sceneggiatura: brutto davvero!


Impediti legittimamente

10 marzo, 2010

Da oggi Giorgio Napolitano, Renato Maria Giuseppe Schifani, Gianfranco Fini e Silvio Berlusconi non sono più uguali davanti alla legge a Tizio, Caio, Sempronio e Mevio.
E’ meglio precisare che ben poco c’entrano le quattro più alte cariche della Repubblica perché il legittimo impedimento non è circoscritto ai reati commessi nell’esercizio delle proprie funzioni: la Costituzione infatti già accorda la protezione per quel che concerne l’attività pubblica ma ovviamente non può tutelare l’identità del titolare della carica in modo difforme rispetto a qualsiasi altro cittadino.
Negli Stati Uniti Clinton tentò di arrivare al medesimo risultato al quale è arrivato Silvio Berlusconi ma la Corte si oppose ritenendo le accuse della signora Jones (violenza sessuale) in nessun modo collidenti con l’attività presidenziale.
Non sarà così per i processi riguardanti la corruzione dell’avvocato Mills, la diffamazione aggravata dall’uso del mezzo televisivo ai danni delle Cooperative Rosse e per la compravendita di diritti televisivi.
A questo punto si spera solo che non vada a buon fine il proposito già sancito nella legge approvata oggi in Senato che prevede il varo di una legge identica ma di rango costituzionale: sporcare la nostra Carta con una simile porcata sarebbe davvero troppo!


PDLer’s List

10 marzo, 2010


Oskar Schindler, Silvio Berlusconi: imprenditoria, secolo di nascita, buone capacità diplomatiche. Nel gioco delle comunanze non avrei potuto inserire null’altro fino a qualche giorno fa: poi l’evento provvidenziale venutomi incontro per ricavare qualche altro punto di contatto. Una lista e l’andare contro le regole, anche se ognuno a modo proprio: l’eroe della seconda guerra mondiale compilò un elenco di ebrei da salvare quando salvare semiti significava infrangere la legge. Il cavaliere di Arcore ha stilato una norma per salvare la sua lista per le regionali in Lazio e Lombardia, quando cambiare le regole in corso d’opera non è reato se a volerlo è il Presidente del Consiglio.
Riammesso o meno il Popolo della Libertà nella provincia di Roma, la gravità dell’atto politico resta immobile nella sua gravità: la nomenclatura formale di “legge interpretativa” per favorire sostanzialmente gli interessi del proprio partito politico, autoesclusosi dalla competizione elettorale perché non ha rispettato i tempi di consegna delle liste.
A noi di Giurisprudenza insegnano che la legge deve avere i requisiti “morali” di generalità e astrattezza per contemplare, appunto, un numero indefinito di casi e un numero indefinito di destinatari.
Qui però siamo in Italia, il paese amante del lieto fine: non rientriamo nei parametri di Maastricht? Cerchiamo di cambiarli!
Non abbiamo consegnato per tempo il faldone con i candidati? Interpretiamo la norma a nostro piacimento.
“E no”-dirà qualcuno-” ci sono le garanzie dell’ordinamento!”.
Effettivamente ci sono gli scudi che la nostra Costituzione ha prestabilito per fare fronte a casi del genere ma l’esperienza giuridica non è una realtà stagnate: bisogna tenere sempre alto il livello di allarme adeguando i sistemi di “contrappeso”.
Il fatto è che il tentato omicidio è di per sé un reato, nonostante non fosse andato a buon fine il proposito criminale: con ogni probabilità e auspicio la lista non verrà ammessa nel Lazio ma il tentativo di voler cambiare le regole ex post è più di uno schiaffo allo stato di diritto.
Non sono d’accordo con le accuse rivolte a Napolitano per il fatto di aver firmato: la nostra Carta ad oggi affida al Presidente della Repubblica un ruolo di arbitro, super partes. Il mancato placet del Quirinale sarebbe stata una scelta politica: quello che fa uscire il Colle sconfitto in questa vicenda è la lettera di spiegazione dopo la firma.
Sintesi: non si poteva escludere un partito come il Pdl dalla competizione elettorale. Conseguenza: si giustifica il tutto sia per la caratura del Pdl (non tutti i partiti sono uguali), sia perché l’aspetto sostanziale prevale su quello formale (non importa quando paghiamo le tasse, l’importante è pagarle).
Posso capire Schifani, Presidente del Senato ma pur sempre uomo di Berlusconi, ma Lei Sig. Capo dello Stato, francamente non può spalleggiare l’ipotesi di una deroga a quelle regole di cui Lei è garante primo.
Il Tar ha decretato l’inapplicabilità del decreto-legge: la Costituzione affida alle singole Regioni la potestà normativa sulla legge elettorale regionale. Solo nelle Regioni che non ne hanno una propria ci si può rifarsi alla legge centrale.
Che sfortuna, sono solo otto le Regioni con una propria legge elettorale (tra queste c’è il Lazio ma non la Lombardia): “sarebbe stato molto meglio se il Tar avesse riammesso la Polverini, a Formigoni ci avrebbe pensato il decreto”, avranno pensato a Palazzo Chigi dove si sta pensando ad un provvedimento che trasmigri la legge elettorale capitolina in quel di Milano.


Sanremo: fair play telepolitico

5 marzo, 2010

Se una persona mi chiedesse cosa ne penso del fois gras (piatto a base di fegato d’anatra), senza esitazioni direi che si tratta della pietanza più disgustosa che l’umanità abbia concepito. Ovviamente non mi esprimerei in egual modo se quello stesso interlocutore me lo chiedesse dopo quaranta giorni di digiuno forzato.
Sanremo quest’anno è stato come un fois gras servito a milioni di persone con i miei stessi gusti dopo due mesi di digiuno.
Lo abbiamo guardato tutti, chi più, chi meno (l’audience medio lo dimostra senza mezzi termini) anche perché non c’era null’altro da vedere.Attenzione, non sto dicendo che il risultato in termini di ascolto è inspiegabile: la Clerici, che a me non piace come conduttrice, ha un seguito popolare notevole ed era preventivabile un discreto successo.
Il fatto è che la più importante competizione canora italiana quest’anno è stata trattata come un cavallo zoppo che doveva per forza vincere una corsa: abbattiamo tutti gli avversari e via dritti fino alla vittoria.
Mediaset in concomitanza di Sanremo ha abolito Zelig, Io canto, Le Iene (solo per citare alcuni programmi di grande successo): al posto dei suddetti format di successo il biscione propone Notting Hill (chi di voi non l’ha mai visto?), Io ti assolvo (film con Gabriel Garko riproposto per la terza o quarta volta) e Eyes Wide shut (tanto per far sentire importante il dvd di questa pellicola di Kubrick che ognuno di noi ha in casa).
L’unica cosa per la quale stimo Berlusconi è stata la battaglia per l’apertura delle frequenze alle tv private (e non quello che ne è seguito):  non sarà sicuramente una televisione di qualità quella del premier ma non è di certo inferiore al servizio pubblico e, a differenza di questo, non chiede una lira ai contribuenti (almeno direttamente).
Ammetto l’incidenza negativa che hanno avuto sul paese il Grande Fratello, Uomini e Donne e così via ma l’Isola dei famosi o Il Ristorante non mi sembrano molto lontani da questo trend.
Detto questo: signori, e la concorrenza? tesi, antitesi e sintesi? lo scontro dialettico?
Avete trasmesso tante di quelle volte la pubblicità dei gratta e vinci (ti piace vincere facile?) che forse vi è sfuggita, oppure avete risolto che tutto sommato bisogna brindare lo stesso alla rotonda vittoria della nazionale italiana contro la rappresentativa parrocchiale perché è stata comunque una bella partita?
Non so chi me la deve dare questa risposta ma sono certo che non è il solo Berlusconi a dovermela fornire: questo è un problema di cui sono complici tutti, dal primo all’ultimo parlamentare e dal primo all’ultimo cittadino.
Perché nessuno ha mai pensato di togliere il servizio pubblico dal controllo diretto del governo? Perché nessuno ha mai fatto una legge contro il conflitto di interessi?
Lo chiedo a tutti i senatori e i deputati che hanno goduto dei privilegi che vengono elargiti a chi ha il compito arduo di far funzionare le cose. Lo chiedo a noi cittadini che siamo stati investiti dalla costituzione di un importante potere (proposte di legge di iniziativa popolare).
Non lo so se questo festival avrebbe avuto in ogni caso successo, se la qualità delle canzoni è stata buona o meno: spero solo che la prossima volta il direttore artistico abbia il buon senso di fare il suo dovere senza assecondare logiche commerciali, escludendo a monte canzoni di palese deficienza musicale e testuale.
Qui non ci vuole una legge per definire che all’Ariston debbano salire cantanti propriamente intesi: era il festival della canzone italiana e la sola presenza di Emanuele Filiberto è stata più che una offesa.


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