Mercoledì 23 Settembre le edicole italiane sono state prese d’assalto dall’ondata di euforia che ha investito quella parte di Italia che vuole capire cosa succede nei piani alti di questo paese: è nato il Fatto Quotidiano, sedici pagine per sei giorni a settimana.
Redazione senza gruppo editoriale, senza fondi pubblici e con tanta voglia di cavalcare l’onda del successo che ha toccato Marco Travaglio e company.
Ore 9:00, a Roma è praticamente impossibile trovare un’edicola che abbia ancora una copia di questo giornale.
Si dice che la produttiva Milano le abbia finite già alle otto e nelle altre città le cose non sono poi così diverse.
Il logo del nuovo giornale è la raffigurazione di un ometto che parla al megafono stringendo tra le mani un foglio di carta: l’informazione, quella libera, prima di tutto.
Di amletico dubbio si tratta quando ci si interroga sullo sfondo, rosso, del logo: volontà di attirare l’attenzione sfruttando la capacità attrattiva del colore o desiderio di contornare l’operato del giornale di un tono politico, genuino ma deciso, contro l’inciucio dei due più grandi partiti?
Risposta non facile a trovarsi ma interrogativo forse di secondo piano se si guarda alla dichiarata intenzione dei giornalisti: indipendenza, verità, critica.
La prima copia de “Il Fatto Quotidiano” parte subito con uno scoop: Gianni Letta, numero due di qualsiasi governo Berlusconi che si rispetti, uomo dalle mirabili capacità diplomatiche e dal forte senso istituzionale è indagato a Lagonegro per abuso d’ufficio, turbativa d’asta e truffa: tutto questo nella grande miniera degli appalti per la gestione dei centri di accoglienza immigrati.
Niente male come inizio: per tirare fuori una inchiesta di molti mesi addietro l’italico lettore ha dovuto attendere la venuta di una nuova classe di messianici giornalisti.
I critici del belpaese, i censori tricolori sono proprio appiattiti su un asse di banalità retto come la loro moralità bigotta: se la società civile evolvesse sugli impulsi dell’opinione pubblica interna, povere Italia mia.
Proprio per questa sua piega il Fatto Quotidiano è in ogni caso un fenomeno positivo per il nostro paese.
Il problema nasce dalla cruda ma doverosa constatazione che si tratta in ogni caso di un antidoto: e un antidoto è utile se c’è un malato.
La malattia è l’inciucio, come direbbe Antonio Di Pietro.
Ogni antidoto, medicinale o terapia che si rispetti ha bisogno, però, della giusta dose: il Fatto Quotidiano forse non regge la sfida della categoria “quotidiani”.
Costa parecchio e per la sua natura è doverosamente ripetitivo.
Leggere ogni giorno di un indagato non nuoce di certo ma credo che dal punto di vista puramente commerciale sia un fenomeno destinato a durare poco.
Decisamente più lungimirante sarebbe stata la scelta di cadenzare in modo più dilatato l’uscita in edicola: settimanale, bisettimanale, mensile.
La ressa per avere sempre una prima pagina di grido, consona alla natura del giornale in questione, porterà spesso a cadere in scale di importanza poco azzeccate.
30 Settembre 2009: dopo una settimana dall’uscita del Fatto Quotidiano nelle edicole è possibile trovare copie anche nel primo pomeriggio.
L’effetto novità è normalmente scemato anche se si può tranquillamente parlare di un giornale che ha riscosso un successo non trascurabile.
Colpisce però la prima pagina di oggi: “i misteri di casa Carfagna”.
Secondo pettegolezzi parlamentari il padre della Ministra Carfagna avrebbe comprato una casa di oltre centocinquanta metri quadri, a due passi da Fontana di Trevi, per una cifra che si aggira sotto il milione di euro: effettivamente troppo poco per i prezzi di mercato ma la notizia dall’affare si tinge di sospetto quando si scopre che qualcheduno meno “ammanigliato” avrebbe offerto una cifra decisamente più alta per lo stesso immobile.
Certo, notizia tutto sommato inseribile tra quelle degne di essere lette ma trattasi non di certo di un pezzo per il quale pago un euro e venti (sa molto di free press o “Novella duemila”)
Sarebbe stato molto più felice l’inserimento in prima pagina dell’articolo che invece è finito a pagina sette.
La pregiudiziale di incostituzionalità sullo scudo fiscale, promossa dall’Italia dei Valori, poteva mettere in forte dubbio il varo della legge.
Le opposizioni, però, con il loro assenteismo hanno permesso che la legge fosse approvata alla Camera dei Deputati.
Quindi contro i condoni e le sanatorie di berlusconiana memoria l’opposizione ha toppato ancora una volta, soprattutto grazie all’assenteismo dei deputati del Partito Democratico, quel partito ciò che per passato e elettorato dovrebbe e potrebbe fare di più: il Partito Democratico (mi piace ribadirlo a chiare lettere questo nome, mi diverte quasi quanto “Il Popolo delle Libertà”).
Giustamente, si chiede il giornalista Telese, dove erano i vari leader dell’opposizione Bersani, D’Alema, Franceschini?
Meno giustamente, si chiede il giornalista Telese: “dove era Rutelli?”.
Al Senato, Telese, non alla Camera!
E’ vero che ne sono seicentotrenta, ma lui sta nei trecentoquindici.
Gaffe a parte, è il caso di ripetere che il Fatto Quotidiano è comunque un fenomeno positivo.
Leggetelo quando vi va, quando sapete già cosa è successo nel mondo e in Italia ma aspettatevi solo tanta sostanza: la forma lascia molto a desiderare.
Saranno pure discepoli del pensiero di Montanelli ma di certo non della sua penna!
Sul “fatto quotidiano”
1 Ottobre, 2009I media in Italia e l’italiano medio
23 Settembre, 2009In medio stat virtus: la virtù sta nel mezzo.
Diffusissimo proverbio popolare dalle nobili origini (Aristotele, Orazio ma soprattutto la scolastica) ma oggi massima relegata solo alle citazioni colte per la scarsa condivisione circa il suo significato.
Oggi prevalgono gli eccessi nonostante l’appiattimento generale: il mezzo finisce per essere né carne né pesce per cui mediocre indi da scartare perché poco fico.
Ad esempio l’italiano medio è il punto di incontro delle noia ordinaria: stipendiato, utilitaria comprata nuova a rate più altra vecchia auto fedele nei secoli, mutuo per la casa di proprietà e genitore di uno-massimo due figli. I mezzi di comunicazione di massa oggi sono conosciuti come “media”: sarà pure retaggio della nostra anglofilia ma mai termine è stato più appropriato.
Il nostro sistema di informazione, i nostri giornali, i nostri giornalisti concorrono palesemente meno rispetto ai colleghi esteri allo sviluppo della società civile.
E’ proprio il caso di dirlo con la più italica delle espressioni: stiamo proprio indietro!
Solo da qualche anno abbiamo accettato che il giornalismo non deve essere doverosamente neutrale e imparziale: nessun articolo scritto da essere umano non contiene riflessioni, punti di vista, considerazioni personali.
La scelta delle parole, il tono, il titolo: insomma il modus scribendi non può essere altro che il sinonimo di un processo che parte da un dato di fatto (l’evento) e finisce in una elaborazione personale. Questo all’estero vuol dire identità e personalità del giornalista, linea editoriale per l’editore, rapporto di onestà intellettuale con il lettore.
In Italia questo è significato dipendenza, soggezione, indossare la casacca. Il New York Times è apertamente pro Obama ma non perde nemmeno mezza occasione per criticarlo e stuzzicarlo.
In Italia tutto è più elementare, meno professionale: la cronaca servile, il giornalismo blando oppure quello volgare, diffamatorio.
O forse, invece, nel paese degli albi e delle corporazioni il professionismo è talmente elevato da perdere di vista la meno intellettuale opera di giornalismo diretto, senza dietrologie né giri di parole?
Ci è voluta la stampa spagnola per tentare di incalzare Berlusconi sugli scandali che lo vedono protagonista.
“Berlusconi non crede che l’Italia ne è uscita danneggiata nell’immagine dopo lo scandalo sul giro di prostituzione? Ha mai pensato di dimettersi visto che questa vicenda Le ha portato conflittualità sia con la Chiesa che con il suo alleato Fini?”
Altro che le dieci domande su cui non si è raggiunto il concordato.
E’ il sistema che va nella direzione sbagliata e Berlusconi ne è l’esempio non il fautore: seppure il signor Berlusconi fosse il proprietario di tre reti private ma la RAI non fosse un organo politico, con tanto di commissione parlamentare, ci sarebbe discussione critica, non inciucio.
Dove sono i grandi dossier sul processo Berlusconi-Mills, sui rapporti tra Fassino e Consorte, sul processo Impregilo-Bassolino?
Dove sono i migliaia di articoli sulla cena tra due giudici della Corte Costituzionale e Berlusconi, pochi mesi prima della decisione della Consulta sulla legge che vede quest’ultimo direttamente interessato?
Bassezza, tanta bassezza.
Il sistema giornalistico italiano resta sempre il migliore per strappare lacrime sulle foto del piccolo Simone che saluta la bara del padre morto in Afghanistan, ma il peggiore nel fare il proprio mestiere nel profondo.
Libri come “la Casta” o giornalisti, seppur valenti, come Travaglio, non sarebbero portatori incredibili di novità se si diffondessero tutti i giorni queste notizie sui giornali.
Si finisce, invece, sempre su dialoghi sui massimi sistemi, su linee troppo fievoli: del Lodo Alfano se ne parla solo in previsione di una caduta del governo, di un intralcio per Berlusconi.
Nessuna spiegazione tecnica né trattazione portata su livelli più alti: possibile che nessuno abbia ancora puntualizzato sulla stessa parola “lodo”, usata impropriamente in quanto il suo significato è riferibile ad un atto compiuto da un organo indipendente ed esterno?
Il fatto è che l’Italia è diventata una poltrona comoda dove tutti si accodano alle risposte della gente (mercato) e nessuno crea più impulsi: il circolo vizioso porta il pubblico a chiedere più gossip e mondanità e il giornalista a dargli più gossip e mondanità ma inesorabilmente meno informazione, soprattutto quella realmente critica e riflessiva.
Oggi nasce il giornale “Il Fatto Quotidiano” a cura di quella parte di giornalisti più indipendenti e seri: chissà, speriamo bene!
Gheddafi, signori, chapeau!
14 Settembre, 2009
“Sulle sacre sponde del suolo italico si odono arrivare le alleate navi del popolo libico: il glorioso saluto del tricolore sventolante e il sorriso di fanciulle in festa rende omaggio alla fedeltà del più rispettabile tra gli amici d’Africa”.
Non mi sarei affatto meravigliato se qualche allegro telegiornale avesse avuto la brillante idea di delegare l’Istituto Luce per la presentazione della visita di Gheddafi in Italia.
E con questo non voglio nulla togliere all’opera di impegno civile che l’Istituto Luce ancora oggi svolge sia per la divulgazione gratuita dei filmati del ventennio fascista, sia per le partecipazioni in produzioni del cosiddetto cinema impegnato.
Il problema è che non avrebbe affatto stonato il tono fiero e pomposo che contraddistingueva la propaganda del regime: ma stiamo o no non stiamo parlando di un dittatore, sostenitore del terrorismo internazionale, persecutore e “depauperatore” di nostri connazionali residenti in Libia, e autore di un attacco missilistico ad una base americana situata sull’isola italiana di Lampedusa?
Il 30 Agosto dello scorso anno Berlusconi e Gheddafi hanno concluso un trattato con il quale si stabiliscono accordi economici bilaterali tra i due paesi, si coopera per la lotta all’immigrazione clandestina (che passa proprio per Tripoli) e si “mette una pietra sopra” alla colonizzazione italiana in terra libica risalente al periodo fascista.
Il perdono e l’assicurazione che uno stato faccia il proprio dovere in termini di controllo delle coste pesa sul bilancio italiano per dollari 5 000 000 000. 3,5 miliardi di euro.
Lo Stato Italiano, oramai sedimentato nella più alta forma di democrazia e civiltà, vuole dare uno schiaffo ad un passato di dittatura.
E in che modo lo fa? Pagando un dittatore.
Lo Stato Italiano, dall’alto della sua forza economica e politica, vuole dimostrare la sua magnificenza porgendo la mano ad un paese appartenente al continente più povero del mondo e culturalmente diverso.
E in che modo lo fa? Facendosi deridere dai discorsi di un colonnello che è venuto in Italia a dare lezioni di democrazia.
E non solo: per l’alto rispetto verso le istituzioni italiane rappresentative del popolo sovrano, Gheddafi ritarda la visita alla terza carica dello Stato ospite senza che da fonti ufficiali arrivi giustificazione alcuna.
Il curriculum del dittatore include precedenti in tal senso: la cura personale può arrivare ad occupare buona parte della sua giornata con lunghe preparazioni estetiche ed ore ed ore di indecisioni sul vestiario più adatto.
Ecco, popolo italiano, chi abbiamo ospitato per tre giorni.
Ecco , Magnifico Rettore della Sapienza, chi Lei ha ospitato con tanto onore, ed ecco chi è , Magnifico Rettore dell’Università di Sassari, il soggetto che Lei avrebbe voluto insignire della laurea ad honorem in Giusrisprudenza.
Perché in nessun altro paese del mondo civilizzato sarebbe stata possibile una simile mancanza di rispetto?
Abbiamo permesso che dal nostro paese Gheddafi paragonasse il nostro più grande alleato (gli Stati Uniti) ad un terrorista islamico.
Abbiamo permesso che ci spiegasse come rendere più paritario la figura della donna (lui, che per religione è obbligato a considerarla molto meno provvista di diritti rispetto all’uomo).
Non voglio arrivare a dire che lo Stato Italiano avrebbe dovuto chiedere copia del discorso del capo di Stato Libico: viva la libertà di parola.
Niente però è stato fatto per rendere barzellette, perché di quello si tratta, le parole di un dittatore.
Ci sono importanti accordi economici (l’incontro con Confindustria non è certo casuale): c’è di mezzo l’oro nero, e rilevanti partecipazioni italiane nell’economia di un paese che gli analisti guardano con rispetto in termini di crescita.
L’onore, però, va ben oltre.
La Francia non avrebbe mai permesso un simile affronto, così come l’Inghilterra, la Spagna, la Germania.
Il problema è che io non mi voglio rassegnare all’idea che siamo un paese debole, oggetto di derisione da parte anche del più bizzarro capo di Stato africano.
Siamo un paese ingenuo: la dittatura è, per eccellenza, il potere di un individuo che con la forza si erge a capo di uno stato.
E da sempre la dittatura non sopravvive troppo alla morte del dittatore primo.
Terminata la carica dell’attuale Presidente del Consiglio, essendo l’accordo firmato da Berlusconi non in quanto Berlusconi ma in quanto rappresentante del popolo italiano, Tripoli potrà sempre impugnare qualsiasi inadempienza di Roma alla luce di quell’accordo.
Nel caso invece il potere di Gheddafi fosse rovesciato, nel caso in cui i figli non riuscissero a tenere le redini del governo alla morte del padre, chi tutelerà il nostro accordo, i nostri miliardi di euro?
Un auspicabile futuro presidente eletto dal popolo non avrà di certo l’obbligo di riconoscere un foglio frutto di un ordinamento ormai caduto (a nessuno verrebbe in mente di rivendicare Fiume come città italiana alla luce del Trattato di Roma che Mussolini fece con la Jugoslavia).
In queste ore si consuma il dibattito sulla legge elettorale: bipartitismo si, bipartitismo no.
Io ribadisco: bipartitismo NO.
Voi affidereste tutti i fili del paese a questi due partiti omologati in modo così preoccupante?
Basti vedere come Pdl e Pd hanno reagito in modo uniforme alla venuta di Gheddafi in Italia: tanta commozione per Berlusconi, tanta preoccupazione per D’Alema e Letta che sono corsi dal dittatore per tenergli la mano durante il dolore che gli ha impedito di presentarsi all’incontro con Fini.
NON DIMENTICHIAMO I MORTI DI LOCKERBIE!!!
VOGLIAMO UN GOVERNO CHE SIA ALL’ALTEZZA DELLA NOSTRA STORIA: SIAMO GLI EREDI DEL PIU’ GRANDE IMPERO CHE L’UOMO RICORDI, SIAMO COLORO CHE DOPO UNA GUERRA CHE CI HA LACERATI SIAMO RIUSCITI A RISORGERE DALLE CENERI, SIAMO STATI I PRIMI FIRMATARI DI UN EUROPA UNITA, SIAMO IL PAESE DI MARCONI, COLOMBO, MONTALCINI, CAVOUR, EINAUDI.
SIAMO IL PAESE CHE PUO’ VANTARE UNA DELLE PIU’ GRANDI RETI DI PICCOLI MEDI E GRANDI IMPRENDITORI, CHE, NONOSTANTE POLITICHE SEMPRE PIU’ AVVERSE, RIESCONO A TENERE ALTO IL NOME DEL MADE IN ITALY.
SIAMO IL PAESE DELLA COSTITUZIONE DEL 1948.
SVEGLIAMOCI GENTE, SVEGLIAMOCI!!!
Fortapàsc
21 Marzo, 2009Napoli, 21 Marzo 2009, ore 2:03
“Chissà come sarebbe la nostra vita se ci fosse una colonna sonora di sottofondo ad accompagnarla in ogni istante”.
Lo penso spesso.
Certe volte sarebbe noioso. Sempre la stessa canzone!
Più di frequente uno si divertirebbe a vedere come le emozioni possono cambiare da un secondo all’altro, da Beethoven a Sinatra.
Stasera ho visto al cinema Fortapàsc, di Marco Risi, film su Giancarlo Siani, ucciso a ventisei anni dalla camorra perchè scriveva e sapeva cose scomode.
Stasera la mia musica sarebbe stata assillante, ripetitiva, martellante.
Anzi, stasera la mia musica è stata proprio assillante, ripetitiva, martellante: mi si è proprio “incagliato” il disco.
I complimenti al regista per questo film meraviglioso e all’attore, per la personificazione eccezionale, vengono dopo, forse tra cinque giorni.
Ora sono come chi non ha ancora realizzato il lutto; e non mi si dica che l’accostamento è fuori luogo: nessun napoletano può dirsi immune dai quei proiettili che seppellirono cinquanta anni di aspettativa di vita, almeno per raggiungere l’età media di chi muore senza piombo.
“Ogni volta ogni volta che mi guardo intorno
ogni volta che non me ne accorgo
ogni volta che viene giorno
E ogni volta che mi sveglio
ogni volta che mi sbaglio…”
Vasco non va più via dalla mia serata, continua a tormentarmi, portandomi alla mente le immagini del film.
La mia cieca ignoranza mi ha portato a non sapere niente di Giancarlo Siani, per venti anni: lui a qualcuno in più aveva già un buon motivo per essere ammazzato.
Il titolo del film, “Fortapàsc”, è la traslitterazione napoletana di Forte Apache, consegnato alla storia del cinema come il luogo dove l’esercito americano, guidato da Hanry Fonda, fu sconfitto dagli Indiani d’America (chiara allussione alla famosa battaglia di Little Bighorn).
Fortapàsc come Napoli, come Torre Annunziata ( che fu la base principale della tragedia ).
Non è così: se fossimo come a Fortapasc sarebbe già un passo avanti.
Noi non siamo in guerra, questo è il problema: se ci fosse un conflitto tra due fazioni, allora la camorra non avrebbe che ancora poche ore di vita.
Diamine siamo di più, e più forti.
Napoli 21 Marzo 2009, ore 04:10
Da questa sera ho capito che siamo veramente miseri.
Giorni e giorni a colare sudore su un libro, a seguire un amore, a lavare una macchina, a seguire un sogno.
Poi un “pa pa pa pa ” asciugna il sudore di un libro, taglia la corda di un amore, sporca di sangue una macchina.
Non ammazza un sogno.
Questa mia notte insonne la dedico a chi può morire domani sapendo di aver lasciato il proprio sogno nelle condizioni di volare da solo.
“
E ogni volta che torna sera
mi prende la paura
e ogni volta che torna sera
mi prende la paura
E ogni volta che non c’entro
ogni volta che non sono stato
ogni volta che non guardo in faccia a niente
e ogni volta che dopo piango
ogni volta che rimango
con la testa tra le mani
e rimando tutto a domani “
Non so cosa ci sia dopo la vita,
ma qualunque cosa fosse,
spero abbia un occhio di riguardo
per chi si è visto togliere le parole.
A Giancarlo Siani,
inchiostro indelebile
di una battaglia da vincere.

Comandante!
26 Novembre, 2008 Avete presente la sensazione di quando rivedete un film dopo tanti anni e, grazie alle nuove esperienze/conoscenze, riuscite a capirne meglio alcuni aspetti, a ridere con più gusto di certe battute o a carpirne con più profondità la critica?
Bene.
Ora fate scorrere il rewind dei vostri ricordi a ritroso, come a cercare un momento preciso, un giorno in particolare e soffermatevi su quello che vi appare più nitido, più ricco di particolari.
Come direbbe Giovanni Muciacia da Art Attack o,nella migliore delle ipotesi, Fiorello: “Fatto?”
A me è capitato questa mattina.
Mi è venuto in mente un giorno del liceo, uno di quelli in cui sei contento perchè non si fa lezione.
Si andava al cineforum, titolo della proiezione :”Comandante” di Oliver Stone, documentario su Fidel Castro, dittatore di Cuba.
Aberrante.
Una celebrazione in bello stile di un uomo che tiene in ostaggio un’isola da quasi cinquanta anni.
Che bella immagine ne uscì del paese dei sigari e del rhum: un’isola dove si studia gratis, ci sono i migliori medici del mondo, e le medicine costano poco ma soprattutto un’isola che riesce a vivere nonostante l’embargo perchè c’è la libertà. Libertà? Libertà?!
Non dimenticherò mai l’applauso finale di tutti e il mio conseguente odio verso il loro egoismo.
E le ragazzette che si vendono ai turisti di tutto il mondo in cambio di una cena perchè non sono mai andate in un ristorante?
E il diritto al voto?
E la doppia moneta contante che circola sull’isola (i cubani pagati con una moneta poverissima e gli affari turisti gestiti in dollari)?
E i morti o i prigionieri rinchiusi perchè avversi al regime?
E la gente che non può uscire dall’isola perchè chiamata a contribuire alle sorti di una nazione liberticida?
Lo sapete ora a Cuba la gente cosa sta facendo?
Stanno combattendo contro i danni di due uragani, ancora oggi dopo un bel pò di mesi.
I giornali oramai non si ricordan più chi sono Gustav e Ike ma i cubani li ricorderanno ancora per molto tempo.
Questo sfogo lo voglio dedicare a chi è ancora in tempo per rettifcare quell’applauso, a chi ha un pò di tempo per leggere “Generaciòn Y” (http://www.desdecuba.com/generaciony/) e alla proprietaria di quel blog, Yoani Sanchez, che ha ringraziato anticipatamente me per la pubblicazione di questo articolo e voi per la lettura.
Pubblicato da luigicarbone
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