Arrevuoto,fine capitolo!

6,5,4…
“Ragazzi ci siamo,il pubblico è in sala.Silenzio!”
Tutti lì,in fila indiana,dietro le quinte:il cuore che si misura con il battito della platea ansimante,il vuoto di memoria…
Sguardo alle sedie rosse:”Mio dio quanti ne sono!”…”Tranquilli ne siamo parecchi anche noi!”…
3,2,1…Si parte,chi è di scena?!
Non c’ero dietro le quinte eppure mi è sembrato di vederlo,l’esercito di folletti al completo!
“Come fanno a star così tranquilli prima di entrare sul palco?”-mi domando
“Ma dai,che vuoi che capiscano,i bambini?!-mi rispondono…
Non sono d’accordo:questi non son bambini;tutt’al più saranno professionisti alle prime armi!
“Gli sarà mai venuta l’idea di non entrare in scena per scherzo,di scapparsene per paura?”
No! Il contratto è contratto,pacta sunt servanda!
Arrevuoto in fin dei conti è proprio questo:è un tacito patto,lo spazio che la Napoli che vive si prende ogni anno per pensare.
Penso un pò alle olimpiadi nella Grecia arcaica:dinanzi al sacro si deve fermare tutto,persino le guerre.
Paragone quanto mai azzeccato:l’antica Grecia sta ad arrevuoto come la sacralità del rito a Marco Martinelli.
Non c’è dubbio,qui parliamo di magia,di teatro (quello puro) che ha molto a che fare con Dioniso,con la funzione rituale di chi ha qualcosa da dire.
Oggi è difficile che qualcuno ha qualcosa da dire,o comunque che ci pensi un bel pò prima di farlo.
Molière,Jarry o Aristofane,che differenza c’è? sono tutti pretesti,referenti letterari di un qualcosa che ha pur sempre molta familiarità con il classico,l’intramontabile.
L’immaginario malato non è un capolavoro;nemmeno Martinelli sfugge alla regola secondo la quale il bello è difficile farlo almeno quanto ripeterlo.
Parlando di un’esperienza triennale il paragone con i due anni precedenti è una tentazione alla quale vorrei sottrarmi ma che un pò mi sovrasta.
Onestamente “La pace” e “Ubu sotto tiro” sono nati un pò come figli della gallina bianca:la situazione politica era sicuramente più tranquilla e fu molto più semplice fare rumore.
Il terzo movimento di arrevuoto ha dovuto fare a cazzotti con l’attesa di chi doveva partire da risultati altisonanti e questo ne ha compromesso in parte la riuscita.
Conosco Marco Martinelli,gli attori in scena e tutto ciò che ruota dietro le quinte:posso garantire che non è di mancanza di motivazioni che si tratta perché non sono certo il Presidente della Repubblica e i massimi esponenti dell’amministrazione locale a dare gli stimoli per caricarsi di sana adrenalina e lasciare sul palco fino all’ultima goccia di sudore,ma le due passate rappresentazioni fecero da eco ad una magia di proporzioni sicuramente più ampie.
L’immaginario malato è un vero e proprio esempio di teatro polittico,nel senso più etimologico del termine:il polittico infatti è un dipinto costituito da più parti unite fra loro a formare,spesso,una catena di diversi episodi collegati da un unico filone:al San Ferdinando si è avuta un po’ questa impressione.
Lo spirito libero delle Albe non si è lasciato incatenare da un testo ma ha fatto a pezzi un autore:cosa ben diversa e sicuramente più sadica per chi deve omologare sugli stessi binari un esercito di “improvvisati” dottori.
L’atmosfera che si è creata sulla scena mi ha rimandato alla mente un quadro astratto fatto di tante pennellate gettate lì con forza e decisione.
I quadri astratti hanno,ahimè,un limite oggettivo:c’è chi ci legge qualcosa,chi solo uno scarabocchio.
Prova superata:lo spettacolo ha comunicato una forte carica critica,condotta con una leggerezza quasi naif cui ha fatto da contrasto quella lingua napoletana,tipicamente arrevuotina, usata a punte biforcute.
E’ doveroso,però,annotare che la concentricità degli insiemi narrativi talvolta trovava difficoltà a scorrere fluida,permeandosi di elementi,le pennellate appunto,che apparivano troppo artificiosi e forzosamente aggiunti per trasportare il pubblico fino in fondo.
L’alchimia della rappresentazione non è riuscita a dare il “La” a quel classico colpo che,come si dice volgarmente,fa cadere il teatro colpendo diritto alla platea.
Il titolo,trovata pressochè geniale,è specchio fedele di una realtà talmente amorfa che ha inghiottito il prodotto stesso.
Siamo un pò tutti davvero sovrastati da una crisi culturale,politica,economica,di cui è vittima lo stesso regista,che avrà avuto talmente di quei punti da toccare che ha finito per imbottire il copione di tutto quel senso di indefinito che c’è nell’aria.
Stilisticamente molto apprezzabile la scelta di condurre tutto ad una sottile ironia:Jean de Santeul,meglio noto come Santolius,avrebbe detto che Martinelli in questo spettacolo “castigat ridendo mores” (cerca di correggere il costume deridendolo).
Molière calza a pennello:non c’è più spazio per la grassa risata perché,come recita il rito (figlio naturale di Aristofane adottato da Marco),il gioco si fa pesante e la domanda è sempre la stessa:”che destino avremo?”
Bisogna partire proprio dalle idee e costruire mattone su mattone questo futuro che ancora non riusciamo a scorgere come diverso dal piattume dell’oggi:se è innegabile che “l’immaginario malato” appare ancora troppo allo stato embrionale per assumere un connotato definito,è innegabile che è pur sempre frutto di un lavoro,di un’idea!
Il nostro immaginario è davvero malato,contaminato come il nostro sottosuolo:il sapore che lo spettacolo ti lascia in bocca è lo stesso che si ha guardandosi attorno.
Anche il finale è meno speranzoso del solito perché si è investiti dagli stessi camici bianchi,fantomatici dottori,che hanno dato via al tutto.

P.S.

Il mio commento non è minimamente intenzionato a suggerire correzioni né a dare pareri troppo tecnici,vista la mia inabilità nel farlo,ma è la semplice messa per iscritto del pensiero che ho elaborato uscendo dal teatro:tutti pensano dopo uno spettacolo (almeno si spera) e questa forse è la magia di quest’arte.

Non avrò più occasione di essere così antipaticamente somigliante ad un critico ammuffito perché si tratta dell’ultimo capitolo di questo splendido romanzo chiamato “Arrevuoto”.

Vorrei ringraziare Marco Martinelli e tutto il cucuzzaro (non li nomino tutti perché la mia prematura demenza senile mi porterebbe a fare torto a qualcuno) perché hanno convinto anche un cieco come me a capire che nell’apparente sterilità del terreno si può sempre cavare qualcosa di buono,basta solo tanta acqua.

Grazie davvero per questa pioggia di sentimenti che è venuta dal genio di un uomo che è nato con una missione da portare a termine:regalare emozioni a questo mondo così grigio.

Vedere i bambini,i grandi,i rom,i napoletani,le autorità,le mamme e i papà d’Italia emozionati non dalla logica del denaro ma dalla leggerezza di un’arte antica come il mondo è stato qualcosa che porterò con me anche nella prossima vita,speranzoso che nasca ancora così fortunato da incontrare gente come voi.

Semplicemente Grazie!

Una risposta a Arrevuoto,fine capitolo!

  1. Monè scrive:

    Ce vulev n’omm ke parlav accussì… me fat arrezza o caXX

    Si bell luì

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: