L’uomo che sBARACKò la vecchia America

Quando scrivo un articolo,un pezzo,o semplicemente quando metto su carta pensieri e parole parto sempre da un punto,da un immagine ,da un contesto.

Lo faccio da sempre,o meglio,l’ho fatto sempre fino ad oggi: oggi devo scrivere di Barack Obama,di quell’America (comunemente intesa) dove davvero tutto è possibile.

Devo cestinare quel titolo che avevo già in mente,allorquando mancava ancora un po’ al giorno delle elezioni e andava di moda un sondaggio: ”se fossi americano per chi voteresti?”.

 “Il mondo voterebbe per Obama,gli States NO!”.

In cuor mio lo speravo che il senatore dell’Illinois ce l’avrebbe fatta ma mi frena un vissuto ventennale su questo pianeta e un minimo di senso storico: insomma alla fine credevo che moriva il buono  e trionfava il “cattivo”,che tutto sommato già era un successo per un afroamericano essere arrivato lì,a sfidare un reduce del Vietnam,a battere la moglie di uno dei presidenti più apprezzati della storia a stelle e strisce.

Quando scrivo un articolo,un pezzo o semplicemente quando metto su carta pensieri e parole parto sempre da un punto,da un immagine,da un contesto: per parlare del neo presidente degli Stati Uniti d’America mi sto sforzando di portare la mia mente a qualche ora prima dell’elezione,quando c’era tanta speranza ma ancora nulla di ufficiale.

Non ci credo ancora,forse perché non ho ancora visto formalmente Obama parlare al congresso o incontrare un capo di stato.

Non ci credo ancora perché ho nelle ossa troppi anni di immobilismo,perché ho visto la famiglia Bush governare il più importante paese e del mondo per dodici anni,perché vivo in un paese dove governano le stesse facce da troppo tempo.

In un mondo dove il brand vale più del prodotto stesso,è doveroso chiarire che a vincere è stato il marchio Obama sul marchio Mccain.

Ha vinto l’uomo senza troppi interessi economici,apparentemente fuori dalle lobbies,l’uomo che ce l’ha fatta da solo,che ha una splendida famiglia,che è americano al cento per cento anche se ha la pelle nera,che incanta le folle quando parla:insomma ha vinto un portatore di valori.

L’attenzione si è spostata molto da un piano squisitamente politico e partitico ad un piano squisitamente  personale.

La politica estera che occupa forse più della metà dell’operato di un presidente americano non subirà troppa discontinuità.

Quello che si romperà  sarà il doveroso ancoraggio ai valori di un passato incarnato da un settantaduenne al quale oggi si può solo affidare la riconoscenza per aver rischiato la morte per la causa patriottica;gli americani hanno capito che una società complessa come la loro non può più essere divisa in bianchi e neri,che è il momento di stringersi intorno a punti cardinali comuni per sconfiggere una crisi dalla quale oggi e non domani si deve uscire.

Obama  è stato scelto non perché è il candidato democratico ma perché è Obama; il popolo è stato convinto da tutte quante le caratteristiche che lo rendono unico: la sua matrice afro, il modo di porsi e comunicare,le sue idee e il suo coraggio.

Ha vinto perché in questo preciso momento storico serve uno come lui: sarà una guida politica e morale,avrà la parola giusta e rassicurante in periodi sicuramente non semplici e avrà dalla sua la fortuna di esser venuto dopo otto anni di governo disastrosi .

Obama è stato eletto presidente in un paese dove la laicità dello stato non è certo  l’argomento che più interessa alla gente: si tratta pur sempre di una nazione che deficia di  personaggi come Machiavelli o di un elite intellettuale alla stregua magari di quella dei nostri cugini d’oltralpe.

E’ proprio nel contesto del “God bless America” che il quarantaquattresimo presidente degli Stati Uniti si ergerà a presidente del popolo americano: sarà in questo spirito che i suoi discorsi un po’ magistrali e didattici saranno avvertiti come la voce di un’intera nazione che sa di essere arrivata in un punto di non ritorno.

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