Memento mori!

 

Coloro i quali nella loro vita hanno avuto l’occasione di aprire le prime pagine di un libro di diritto o semplicemente di essere presenti alla prima lezione di un corso di giurisprudenza, hanno appreso che la base di partenza dell’esperienza sociale  umana parte da elementi che sembrano essere connaturati nell’uomo stesso.

Insomma sembra che nessuno più obietti il fatto che la predisposizione  alla socialità piuttosto che la naturale spinta all’organizzazione o ancora l’innato impulso alla procreazione e al conseguente sviluppo della specie, siano elementi imprescindibili della nostra struttura ontologica.

Una società primitiva (nell’accezione etimologica) è caratterizzata da una impalcatura molto scarna ed essenziale: l’obiettivo è la sopravvivenza della comunità e per ottenerla si adoperano regole che inquadrino ogni consociato nell’ottica di questo scopo.

Non mi meraviglia più di tanto che l’elegantissima Costituzione italiana, il nostro codice civile o ,per allargare l’orizzonte in senso cronologico-spaziale , il Code Napoléon piuttosto che le altre eminenti “carte” del mondo, non facciano menzione di cosa sia l’uomo.

La ragione di questo mancato stupore nasce da un motivo ben preciso:  tutte le sopraelencate codificazioni nascono come risultati di periodi storici che necessitavano di risposte ben altre rispetto ad una riflessione sulla natura dell’uomo.

La Costituzione Italiana nasce come rinascita etica,politica e morale di una nazione dilaniata da venti anni di regime; il codice civile, per coloro che non lo sapessero, è datato 1942 ovvero diciannovesima era fascista per cui, seppur nel suo grande e innegabile merito, sicuramente non è inseribile in un contesto ideologico e intellettuale degno di una riflessione sull’uomo (riflessione che eventualmente sarebbe comunque morta con la fine del ventennio).

Il Code Napoléon o comunque la Costituzione americana sono prodotti di rivoluzioni che hanno portato grandi e memorabili apporti allo sviluppo civile dell’uomo ma da qui ad aspettarsi una puntualizzazione sull’essenza più intrinseca dell’essere umano sembrerebbe davvero troppo.

Il fatto che norme definitore in tal senso non fossero state formalmente poste ha però portato a trascurare la riflessione anche all’interno degli stessi consociati.

Oggi,però, i tempi sono maturi per mettere all’ordine del giorno una seria analisi di come l’attuale periodo storico possa definire l’uomo, senza seguire lo schema finora seguito secondo il quale l’essere umano non è nel sistema ma è elemento aprioristico rispetto ad esso e quindi non necessitante di definizione.

Il problema è più antico di quanto ci si possa credere:  sono ben più antiche rispetto all’ultimo caso riguardante Eluana Englaro diatribe intorno non solo alla cessazione della vita ma anche riguardo l’inizio della vita stessa.

L’indirizzo giurisprudenziale corrente fa coincidere la nascita con l’inizio dell’attività respiratoria ma è ben radicata nel nostro sistema la concezione che la vita inizi a tutti gli effetti, e quindi sia foriera di diritti, anche all’interno del grembo materno.

Per quanto riguarda la morte,invece,  all’alba del terzo millennio si rende urgente un cambiamento di ottica rispetto alla tradizione che vede l’essere umano morto solo allorquando sia cessata l’attività cardiaca.

Come può la scienza, che per definizione persegue lo sviluppo e il benessere dell’uomo prolungare, senza speranza alcuna, di diciassette interminabili anni la vita di una persona riducendone la dignità alla sola attività di nutrimento?

E’ lampante la contradictio in terminis e la stupidità di certe considerazioni etico-religiose.

Stiamo toccando con mano un aspetto che è antico quasi quanto il mondo e che risale a Protagora: “ l’uomo è misura di tutte le cose,di quelle che sono in quanto sono e di quelle che non sono in quanto non sono”.

 A prima vista questa frase sembrerebbe solo una citazione colta che,però, non arricchisce di nessun elemento la discussione:  guardando meglio si può invece capire come essa sia attuale proprio per un doveroso richiamo al buon senso.

Mi spiego meglio con un esempio: la scoperta di Einstein sull’energia atomica è stato il vero caposaldo della scienza moderna; si guardi,però, l’uso improprio che di quella famosa formula se ne è fatto e se ne continua a fare in termini di armamenti.

Risulta logica conseguenza il fatto che l’eventuale riflessione sulla struttura ontologica dell’uomo non abbia la pretesa di assolutismo ed è ovvio che essa percorrerà una strada,di pari passo con l’evoluzione politica etica e scientifica, che sicuramente la porterà ad essere modificata ed innovata nel corso degli anni.

L’ordinamento e i valori di una comunità cambiano con il mutare dei fenomeni storici:  prima della modifica apportata al “diritto di famiglia” nel 1975 la donna era considerata subordinata all’uomo.

Non c’è da gridare allo scandalo perché si trattava di una concezione radicata negli uomini e nelle donne stesse fin quando le condizioni storiche e sociali non mutarono portando il legislatore ad intervenire.

E’ ovvio che oggi la maggior parte di noi converrebbe su una definizione di “uomo” e di vita umana molto diversa da quella su cui potrebbero convenire le future generazioni,qualora magari uno scienziato scoprirà una terapia che possa in maniera molto massiccia aumentare le speranze di chi si trova nel coma.

Il mio auspicio non è tanto quello di vedere formalizzata una legge (credo che si tratti di una materia troppo riguardante il singolo soggetto per essere generalizzata) quanto quello di veder nascere un contraddittorio sociale su questo tema.

Il mio augurio è quello di veder scontrate le più avverse tesi così da veder nascere dalle ceneri di queste una concezione largamente accettata, secondo l’hegeliano ed insostituibile schema TESI ANTITESI E SINTESI.

Riflettere non è mai negativo perché qualunque soluzione sarebbe sempre meglio del vergognoso vuoto normativo con il quale una società del 2008 non può ritrovarsi.

Personalmente credo che urga una legge non che miri a definire quando finisce la vita umana ma che, piuttosto, infonda il dovere a tutti di pensarci .

Io ci sto pensando da tempo e sono arrivato a proporre questo ai miei cari consociati,nella speranza che questi mi lincino con le loro controproposte così da aver avviato un circolo sicuramente virtuoso:”cosa ne dite di una legge che, magari a partire dagli anni 21, infonda l’onere (e non il dovere) di rendere pubblico agli uffici competenti  le proprie volontà in merito alle terapie che intende o non intende accettare nell’eventualità in cui dovesse trovarsi nella condizione di incapacità di esprimere il proprio diritto di acconsentire o non acconsentire alle cure proposte (consenso informato) per malattie o lesioni traumatiche cerebrali irreversibili o invalidanti che lo costringano a trattamenti permanenti con macchine o sistemi artificiali che impediscano una normale vita di relazione?

E cosa ne dite di metterci un bel comma nel quale si rende manifesto l’onere per la persona di esprimersi anche sull’espianto degli organi e di far valere il silenzio assenso nel caso di nessuna indicazione,lasciando al parente-tutore la possibilità di scelta per coloro i quali non abbiamo ancora compiuto i 21 anni?”

Molti di voi,provveduti, penseranno a giusta ragione che avrei potuto semplicemente concludere l’articolo dicendo:”cosa ne pensate del testamento biologico?”.

La mia risposta a costoro è che si tratta di una riflessione nuova sia per chi come noi giovani sente molto lontano il momento della morte e sia per tutti quelli che,e dall’ultima indagine statistica sembrano esserne molti, non sanno cosa sia il testamento biologico : ne consegue dunque che sia meglio non dare mai nulla per scontato e dare quanti più strumenti a tutti per capire di cosa stiamo parlando, che non fa mai male.

 

 

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