I media in Italia e l’italiano medio

In medio stat virtus: la virtù sta nel mezzo.
Diffusissimo proverbio popolare dalle nobili origini (Aristotele, Orazio ma soprattutto la scolastica) ma oggi massima relegata solo alle citazioni colte per la scarsa condivisione circa il suo significato.
Oggi prevalgono gli eccessi nonostante l’appiattimento generale: il mezzo finisce per essere né carne né pesce per cui mediocre indi da scartare perché poco fico.
Ad esempio l’italiano medio è il punto di incontro delle noia ordinaria: stipendiato, utilitaria comprata nuova a rate più altra vecchia auto fedele nei secoli, mutuo per la casa di proprietà e genitore di uno-massimo due figli. I mezzi di comunicazione di massa oggi sono conosciuti come “media”: sarà pure retaggio della nostra anglofilia ma mai termine è stato più appropriato.
Il nostro sistema di informazione, i nostri giornali, i nostri giornalisti concorrono palesemente meno rispetto ai colleghi esteri allo sviluppo della società civile.
E’ proprio il caso di dirlo con la più italica delle espressioni: stiamo proprio indietro!
Solo da qualche anno abbiamo accettato che il giornalismo non deve essere doverosamente neutrale e imparziale: nessun articolo scritto da essere umano non contiene riflessioni, punti di vista, considerazioni personali.
La scelta delle parole, il tono, il titolo: insomma il modus scribendi non può essere altro che il sinonimo di un processo che parte da un dato di fatto (l’evento) e finisce in una elaborazione personale. Questo all’estero vuol dire identità e personalità del giornalista, linea editoriale per l’editore, rapporto di onestà intellettuale con il lettore.
In Italia questo è significato dipendenza, soggezione, indossare la casacca. Il New York Times è apertamente pro Obama ma non perde nemmeno mezza occasione per criticarlo e stuzzicarlo.
In Italia tutto è più elementare, meno professionale: la cronaca servile, il giornalismo blando oppure quello volgare, diffamatorio.
O forse, invece, nel paese degli albi e delle corporazioni il professionismo è talmente elevato da perdere di vista la meno intellettuale opera di giornalismo diretto, senza dietrologie né giri di parole?
Ci è voluta la stampa spagnola per tentare di incalzare Berlusconi sugli scandali che lo vedono protagonista.
“Berlusconi non crede che l’Italia ne è uscita danneggiata nell’immagine dopo lo scandalo sul giro di prostituzione? Ha mai pensato di dimettersi visto che questa vicenda Le ha portato conflittualità sia con la Chiesa che con il suo alleato Fini?”
Altro che le dieci domande su cui non si è raggiunto il concordato.
E’ il sistema che va nella direzione sbagliata e Berlusconi ne è l’esempio non il fautore: seppure il signor Berlusconi fosse il proprietario di tre reti private ma la RAI non fosse un organo politico, con tanto di commissione parlamentare, ci sarebbe discussione critica, non inciucio.
Dove sono i grandi dossier sul processo Berlusconi-Mills, sui rapporti tra Fassino e Consorte, sul processo Impregilo-Bassolino?
Dove sono i migliaia di articoli sulla cena tra due giudici della Corte Costituzionale e Berlusconi, pochi mesi prima della decisione della Consulta sulla legge che vede quest’ultimo direttamente interessato?
Bassezza, tanta bassezza.
Il sistema giornalistico italiano resta sempre il migliore per strappare lacrime sulle foto del piccolo Simone che saluta la bara del padre morto in Afghanistan, ma il peggiore nel fare il proprio mestiere nel profondo.
Libri come “la Casta” o giornalisti, seppur valenti, come Travaglio, non sarebbero portatori incredibili di novità se si diffondessero tutti i giorni queste notizie sui giornali.
Si finisce, invece, sempre su dialoghi sui massimi sistemi, su linee troppo fievoli: del Lodo Alfano se ne parla solo in previsione di una caduta del governo, di un intralcio per Berlusconi.
Nessuna spiegazione tecnica né trattazione portata su livelli più alti: possibile che nessuno abbia ancora puntualizzato sulla stessa parola “lodo”, usata impropriamente in quanto il suo significato è riferibile ad un atto compiuto da un organo indipendente ed esterno?
Il fatto è che l’Italia è diventata una poltrona comoda dove tutti si accodano alle risposte della gente (mercato) e nessuno crea più impulsi: il circolo vizioso porta il pubblico a chiedere più gossip e mondanità e il giornalista a dargli più gossip e mondanità ma inesorabilmente meno informazione, soprattutto quella realmente critica e riflessiva.
Oggi nasce il giornale “Il Fatto Quotidiano” a cura di quella parte di giornalisti più indipendenti e seri: chissà, speriamo bene!

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