PDLer’s List


Oskar Schindler, Silvio Berlusconi: imprenditoria, secolo di nascita, buone capacità diplomatiche. Nel gioco delle comunanze non avrei potuto inserire null’altro fino a qualche giorno fa: poi l’evento provvidenziale venutomi incontro per ricavare qualche altro punto di contatto. Una lista e l’andare contro le regole, anche se ognuno a modo proprio: l’eroe della seconda guerra mondiale compilò un elenco di ebrei da salvare quando salvare semiti significava infrangere la legge. Il cavaliere di Arcore ha stilato una norma per salvare la sua lista per le regionali in Lazio e Lombardia, quando cambiare le regole in corso d’opera non è reato se a volerlo è il Presidente del Consiglio.
Riammesso o meno il Popolo della Libertà nella provincia di Roma, la gravità dell’atto politico resta immobile nella sua gravità: la nomenclatura formale di “legge interpretativa” per favorire sostanzialmente gli interessi del proprio partito politico, autoesclusosi dalla competizione elettorale perché non ha rispettato i tempi di consegna delle liste.
A noi di Giurisprudenza insegnano che la legge deve avere i requisiti “morali” di generalità e astrattezza per contemplare, appunto, un numero indefinito di casi e un numero indefinito di destinatari.
Qui però siamo in Italia, il paese amante del lieto fine: non rientriamo nei parametri di Maastricht? Cerchiamo di cambiarli!
Non abbiamo consegnato per tempo il faldone con i candidati? Interpretiamo la norma a nostro piacimento.
“E no”-dirà qualcuno-” ci sono le garanzie dell’ordinamento!”.
Effettivamente ci sono gli scudi che la nostra Costituzione ha prestabilito per fare fronte a casi del genere ma l’esperienza giuridica non è una realtà stagnate: bisogna tenere sempre alto il livello di allarme adeguando i sistemi di “contrappeso”.
Il fatto è che il tentato omicidio è di per sé un reato, nonostante non fosse andato a buon fine il proposito criminale: con ogni probabilità e auspicio la lista non verrà ammessa nel Lazio ma il tentativo di voler cambiare le regole ex post è più di uno schiaffo allo stato di diritto.
Non sono d’accordo con le accuse rivolte a Napolitano per il fatto di aver firmato: la nostra Carta ad oggi affida al Presidente della Repubblica un ruolo di arbitro, super partes. Il mancato placet del Quirinale sarebbe stata una scelta politica: quello che fa uscire il Colle sconfitto in questa vicenda è la lettera di spiegazione dopo la firma.
Sintesi: non si poteva escludere un partito come il Pdl dalla competizione elettorale. Conseguenza: si giustifica il tutto sia per la caratura del Pdl (non tutti i partiti sono uguali), sia perché l’aspetto sostanziale prevale su quello formale (non importa quando paghiamo le tasse, l’importante è pagarle).
Posso capire Schifani, Presidente del Senato ma pur sempre uomo di Berlusconi, ma Lei Sig. Capo dello Stato, francamente non può spalleggiare l’ipotesi di una deroga a quelle regole di cui Lei è garante primo.
Il Tar ha decretato l’inapplicabilità del decreto-legge: la Costituzione affida alle singole Regioni la potestà normativa sulla legge elettorale regionale. Solo nelle Regioni che non ne hanno una propria ci si può rifarsi alla legge centrale.
Che sfortuna, sono solo otto le Regioni con una propria legge elettorale (tra queste c’è il Lazio ma non la Lombardia): “sarebbe stato molto meglio se il Tar avesse riammesso la Polverini, a Formigoni ci avrebbe pensato il decreto”, avranno pensato a Palazzo Chigi dove si sta pensando ad un provvedimento che trasmigri la legge elettorale capitolina in quel di Milano.

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