Recensione “Mine vaganti”

17 marzo, 2010

“Mine vaganti” è l’ultimo film di Ferzan Ozpetek, l’ottavo per il regista turco naturalizzato italiano: ancora una volta è la condizione del gay il soggetto della pellicola, a testimonianza di una volontà di stringere il campo creativo su un unico sfondo.
La camicia da forza su cui Ozpetek ha circoscritto il suo raggio d’azione, sebbene rispettabile, è uno dei punti di debolezza della sua cinematografia che, seppur sempre rinnovata nelle forme, risulta passibile di una certa stanchezza in quanto a sostanza.
Il film in questione avrebbe dovuto rappresentare la maturazione del regista dopo le altalenanti performance che hanno contraddistinto il suo passato dietro la macchina da presa, in ogni caso segnato anche da diversi momenti di plauso in quanto a critica e botteghino.
L’opera di Ozpetek non mi ha mai entusiasmato molto: personaggi mai realmente originali e sceneggiature un po’ stantie sono talloni d’Achille troppo duri da sormontare per i disparati momenti apprezzabili della filmografia dell’italo-turco.
Il film più che la prova di maturità, diviene l’infuso mescolato di Ozpetek, una sorta di sgabuzzino dove metterci il buono e il brutto del proprio passato: della freschezza e del rinnovamento, all’ottavo film quanto meno auspicabile, nemmeno l’ombra. Confusione, tanta confusione!
La storia è ambientata a Lecce, ai giorni nostri: protagonista una ricca famiglia della borghesia pugliese, rispettata nella cittadina per la fiorente attività economica legata alla produzione industriale di pasta, ma sconvolta al proprio interno dalla scoperta dell’omosessualità di quel figlio maggiore (Preziosi) che avrebbe dovuto garantire la continuità alla gloria passata.
“Mine vaganti”, un titolo che si spiega a partire da quelle linee caratteristiche dei vari personaggi che scoppiano in sequenza, ognuno imbottito dell’esplosivo del proprio vissuto.
Il problema centrale sta proprio nell’eccesso di tritolo: ne esce un rombo assordante e quasi fastidioso che non coinvolge mai appieno lo spettatore. Fabula ed intreccio costruite intorno alle singole vite, più che alla storia stessa: un film che si apre e si chiude con l’invadenza di un personaggio che risulta quello meglio curato ma quantomai pesante nell’economia del racconto.
E’ la nonna, la fondatrice del pastificio “Cantone”, tormentata dall’amore proibito per il fratello di suo marito che ne segnerà l’esistenza: i suoi acciacchi e quindi la sua sedentarietà la costringono a diventare spettatrice esterna delle vicende familiari.
Basterebbe questo a riempire di sugo il piatto del pubblico, che da questa pietanza ne avrebbe già ricavato sufficiente sazietà: ma per Ozpetek non basta e allora la sceneggiatura prende i toni del grottesco quando si imbottisce il tutto di un ulteriore figlio gay (Scamarcio), che si scopre studiare a Roma non Economia ma Lettere, spinto dal suo amore per la scrittura e non per l’imprenditoria, come avrebbe voluto papà. E’ proprio nella capitale che ha dato sfogo alla sua natura omosessuale, concretizzatasi in un fidanzamento con l’uomo che ama. Nell’ingordigia si arriva quando il quadretto familiare si arricchisce della presenza di una zia (Elena Sofia Ricci) molto miope e amante dell’alcol, segnata nella sua sfera affettiva da una fuga d’amore a Londra finita con l’improvvisa sparizione dell’amato: il personaggio è caratterizzato da un continuo incubo che la vede oggetto di un rapimento che in realtà lei tanto desidererebbe (la speranza è relegata alla finestra perennemente aperta) per sfuggire all’inutilità della quale si contorna il suo ruolo in famiglia.
Lo stordimento, accentuato anche dal senso ondivago delle riprese, non tarda a diminuire in nessun punto della proiezione: la famiglia Cantone cerca di attutire il colpo con un accordo economico con un’altra importante famiglia del posto. Se ne ricava solo altro casino: il figlio più grande, nel frattempo cacciato di casa per la sua tendenza omosessuale, è sostituito alla guida dell’azienda dal più piccolo, nel frattempo arrivato da Roma, con l’intento di cucire i rapporti con il nuovo partner commerciale rappresentato da un padre e una figlia. L’effetto normalizzante di questo legame è solo utopia: la ragazza si scopre in tutta la sua stranezza, vittima della perdita della madre in età adolescenziale e soffocata dagli impegni di lavoro in cui l’ha trascinata il papà.
Non poteva mancare il bacio, seppur casto, tra la fanciulla problematica e Scamarcio che con lei instaura il classico rapporto dei film di Ozpetek (vedi quello tra Margherita Buy e Accorsi in “le fate ignoranti”): eterosessualità e omosessualità in un vortice privo di regole e forse di senso.
Gradevole, e un po’ pulp, la venuta degli amici di Scamarcio da Roma, rigorosamente gay: nessuno in famiglia, tranne la nonna, sa del segreto del più piccolo e quindi i ragazzi vengono accolti come dei semplici amici conosciuti all’università. Tanti equivoci e tanti qui pro quo mettono a soqquadro il già instabile equilibrio familiare: la morte della nonna sarà l’ultima pietra di questo castello di sabbia di cui sconsiglio la visione.

Per gli attori convincente la prova di Ennio Fantastichini nei panni del padre di famiglia poco incline ad accettare la natura di suo figlio e per questo anche vittima di un infarto. Meno quella della moglie, Lunetta Savino, che sembra portarsi dietro ancora troppo i panni della cameriera sempliciotta della serie “Un medico in famiglia”.
Apprezzabile la prova della Occhini nei panni della nonna; sempre brava la Sofia Ricci, forse un po’ vittima di un personaggio più da romanzo. Buona prova anche per Nicole Grimaudo nei panni, comunque, di un personaggio molto mal curato. Ordinaria amministrazione per Scamarcio-Preziosi.
Voto 4 a Ozpetek e Ivan Cotroneo, che ha co-firmato il soggetto e la sceneggiatura: brutto davvero!

Annunci

Impediti legittimamente

10 marzo, 2010

Da oggi Giorgio Napolitano, Renato Maria Giuseppe Schifani, Gianfranco Fini e Silvio Berlusconi non sono più uguali davanti alla legge a Tizio, Caio, Sempronio e Mevio.
E’ meglio precisare che ben poco c’entrano le quattro più alte cariche della Repubblica perché il legittimo impedimento non è circoscritto ai reati commessi nell’esercizio delle proprie funzioni: la Costituzione infatti già accorda la protezione per quel che concerne l’attività pubblica ma ovviamente non può tutelare l’identità del titolare della carica in modo difforme rispetto a qualsiasi altro cittadino.
Negli Stati Uniti Clinton tentò di arrivare al medesimo risultato al quale è arrivato Silvio Berlusconi ma la Corte si oppose ritenendo le accuse della signora Jones (violenza sessuale) in nessun modo collidenti con l’attività presidenziale.
Non sarà così per i processi riguardanti la corruzione dell’avvocato Mills, la diffamazione aggravata dall’uso del mezzo televisivo ai danni delle Cooperative Rosse e per la compravendita di diritti televisivi.
A questo punto si spera solo che non vada a buon fine il proposito già sancito nella legge approvata oggi in Senato che prevede il varo di una legge identica ma di rango costituzionale: sporcare la nostra Carta con una simile porcata sarebbe davvero troppo!


Sanremo: fair play telepolitico

5 marzo, 2010

Se una persona mi chiedesse cosa ne penso del fois gras (piatto a base di fegato d’anatra), senza esitazioni direi che si tratta della pietanza più disgustosa che l’umanità abbia concepito. Ovviamente non mi esprimerei in egual modo se quello stesso interlocutore me lo chiedesse dopo quaranta giorni di digiuno forzato.
Sanremo quest’anno è stato come un fois gras servito a milioni di persone con i miei stessi gusti dopo due mesi di digiuno.
Lo abbiamo guardato tutti, chi più, chi meno (l’audience medio lo dimostra senza mezzi termini) anche perché non c’era null’altro da vedere.Attenzione, non sto dicendo che il risultato in termini di ascolto è inspiegabile: la Clerici, che a me non piace come conduttrice, ha un seguito popolare notevole ed era preventivabile un discreto successo.
Il fatto è che la più importante competizione canora italiana quest’anno è stata trattata come un cavallo zoppo che doveva per forza vincere una corsa: abbattiamo tutti gli avversari e via dritti fino alla vittoria.
Mediaset in concomitanza di Sanremo ha abolito Zelig, Io canto, Le Iene (solo per citare alcuni programmi di grande successo): al posto dei suddetti format di successo il biscione propone Notting Hill (chi di voi non l’ha mai visto?), Io ti assolvo (film con Gabriel Garko riproposto per la terza o quarta volta) e Eyes Wide shut (tanto per far sentire importante il dvd di questa pellicola di Kubrick che ognuno di noi ha in casa).
L’unica cosa per la quale stimo Berlusconi è stata la battaglia per l’apertura delle frequenze alle tv private (e non quello che ne è seguito):  non sarà sicuramente una televisione di qualità quella del premier ma non è di certo inferiore al servizio pubblico e, a differenza di questo, non chiede una lira ai contribuenti (almeno direttamente).
Ammetto l’incidenza negativa che hanno avuto sul paese il Grande Fratello, Uomini e Donne e così via ma l’Isola dei famosi o Il Ristorante non mi sembrano molto lontani da questo trend.
Detto questo: signori, e la concorrenza? tesi, antitesi e sintesi? lo scontro dialettico?
Avete trasmesso tante di quelle volte la pubblicità dei gratta e vinci (ti piace vincere facile?) che forse vi è sfuggita, oppure avete risolto che tutto sommato bisogna brindare lo stesso alla rotonda vittoria della nazionale italiana contro la rappresentativa parrocchiale perché è stata comunque una bella partita?
Non so chi me la deve dare questa risposta ma sono certo che non è il solo Berlusconi a dovermela fornire: questo è un problema di cui sono complici tutti, dal primo all’ultimo parlamentare e dal primo all’ultimo cittadino.
Perché nessuno ha mai pensato di togliere il servizio pubblico dal controllo diretto del governo? Perché nessuno ha mai fatto una legge contro il conflitto di interessi?
Lo chiedo a tutti i senatori e i deputati che hanno goduto dei privilegi che vengono elargiti a chi ha il compito arduo di far funzionare le cose. Lo chiedo a noi cittadini che siamo stati investiti dalla costituzione di un importante potere (proposte di legge di iniziativa popolare).
Non lo so se questo festival avrebbe avuto in ogni caso successo, se la qualità delle canzoni è stata buona o meno: spero solo che la prossima volta il direttore artistico abbia il buon senso di fare il suo dovere senza assecondare logiche commerciali, escludendo a monte canzoni di palese deficienza musicale e testuale.
Qui non ci vuole una legge per definire che all’Ariston debbano salire cantanti propriamente intesi: era il festival della canzone italiana e la sola presenza di Emanuele Filiberto è stata più che una offesa.


Sul “fatto quotidiano”

1 ottobre, 2009

fatto-quotidianoMercoledì 23 Settembre le edicole italiane sono state prese d’assalto dall’ondata di euforia che ha investito quella parte di Italia che vuole capire cosa succede nei piani alti di questo paese: è nato il Fatto Quotidiano, sedici pagine per sei giorni a settimana.
Redazione senza gruppo editoriale, senza fondi pubblici e con tanta voglia di cavalcare l’onda del successo che ha toccato Marco Travaglio e company.
Ore 9:00, a Roma è praticamente impossibile trovare un’edicola che abbia ancora una copia di questo giornale.
Si dice che la produttiva Milano le abbia finite già alle otto e nelle altre città le cose non sono poi così diverse.
Il logo del nuovo giornale è la raffigurazione di un ometto che parla al megafono stringendo tra le mani un foglio di carta: l’informazione, quella libera, prima di tutto.
Di amletico dubbio si tratta quando ci si interroga sullo sfondo, rosso, del logo: volontà di attirare l’attenzione sfruttando la capacità attrattiva del colore o desiderio di contornare l’operato del giornale di un tono politico, genuino ma deciso, contro l’inciucio dei due più grandi partiti?
Risposta non facile a trovarsi ma interrogativo forse di secondo piano se si guarda alla dichiarata intenzione dei giornalisti: indipendenza, verità, critica.
La prima copia de “Il Fatto Quotidiano” parte subito con uno scoop: Gianni Letta, numero due di qualsiasi governo Berlusconi che si rispetti, uomo dalle mirabili capacità diplomatiche e dal forte senso istituzionale è indagato a Lagonegro per abuso d’ufficio, turbativa d’asta e truffa: tutto questo nella grande miniera degli appalti per la gestione dei centri di accoglienza immigrati.
Niente male come inizio: per tirare fuori una inchiesta di molti mesi addietro l’italico lettore ha dovuto attendere la venuta di una nuova classe di messianici giornalisti.
I critici del belpaese, i censori tricolori sono proprio appiattiti su un asse di banalità retto come la loro moralità bigotta: se la società civile evolvesse sugli impulsi dell’opinione pubblica interna, povere Italia mia.
Proprio per questa sua piega il Fatto Quotidiano è in ogni caso un fenomeno positivo per il nostro paese.
Il problema nasce dalla cruda ma doverosa constatazione che si tratta in ogni caso di un antidoto: e un antidoto è utile se c’è un malato.
La malattia è l’inciucio, come direbbe Antonio Di Pietro.
Ogni antidoto, medicinale o terapia che si rispetti ha bisogno, però, della giusta dose: il Fatto Quotidiano forse non regge la sfida della categoria “quotidiani”.
Costa parecchio e per la sua natura è doverosamente ripetitivo.
Leggere ogni giorno di un indagato non nuoce di certo ma credo che dal punto di vista puramente commerciale sia un fenomeno destinato a durare poco.
Decisamente più lungimirante sarebbe stata la scelta di cadenzare in modo più dilatato l’uscita in edicola: settimanale, bisettimanale, mensile.
La ressa per avere sempre una prima pagina di grido, consona alla natura del giornale in questione, porterà spesso a cadere in scale di importanza poco azzeccate.
30 Settembre 2009: dopo una settimana dall’uscita del Fatto Quotidiano nelle edicole è possibile trovare copie anche nel primo pomeriggio.
L’effetto novità è normalmente scemato anche se si può tranquillamente parlare di un giornale che ha riscosso un successo non trascurabile.
Colpisce però la prima pagina di oggi: “i misteri di casa Carfagna”.
Secondo pettegolezzi parlamentari il padre della Ministra Carfagna avrebbe comprato una casa di oltre centocinquanta metri quadri, a due passi da Fontana di Trevi, per una cifra che si aggira sotto il milione di euro: effettivamente troppo poco per i prezzi di mercato ma la notizia dall’affare si tinge di sospetto quando si scopre che qualcheduno meno “ammanigliato” avrebbe offerto una cifra decisamente più alta per lo stesso immobile.
Certo, notizia tutto sommato inseribile tra quelle degne di essere lette ma trattasi non di certo di un pezzo per il quale pago un euro e venti (sa molto di free press o “Novella duemila”)
Sarebbe stato molto più felice l’inserimento in prima pagina dell’articolo che invece è finito a pagina sette.
La pregiudiziale di incostituzionalità sullo scudo fiscale, promossa dall’Italia dei Valori, poteva mettere in forte dubbio il varo della legge.
Le opposizioni, però, con il loro assenteismo hanno permesso che la legge fosse approvata alla Camera dei Deputati.
Quindi contro i condoni e le sanatorie di berlusconiana memoria l’opposizione ha toppato ancora una volta, soprattutto grazie all’assenteismo dei deputati del Partito Democratico, quel partito ciò che per passato e elettorato dovrebbe e potrebbe fare di più:  il Partito Democratico (mi piace ribadirlo a chiare lettere questo nome, mi diverte quasi quanto “Il Popolo delle Libertà”).
Giustamente, si chiede il giornalista Telese, dove erano i vari leader dell’opposizione Bersani, D’Alema, Franceschini?
Meno giustamente, si chiede il giornalista Telese: “dove era Rutelli?”.
Al Senato, Telese, non alla Camera!
E’ vero che ne sono seicentotrenta, ma lui sta nei trecentoquindici.
Gaffe a parte, è il caso di ripetere che il Fatto Quotidiano è comunque un fenomeno positivo.
Leggetelo quando vi va, quando sapete già cosa è successo nel mondo e in Italia ma aspettatevi solo tanta sostanza: la forma lascia molto a desiderare.
Saranno pure discepoli del pensiero di Montanelli ma di certo non della sua penna!


I media in Italia e l’italiano medio

23 settembre, 2009

In medio stat virtus: la virtù sta nel mezzo.
Diffusissimo proverbio popolare dalle nobili origini (Aristotele, Orazio ma soprattutto la scolastica) ma oggi massima relegata solo alle citazioni colte per la scarsa condivisione circa il suo significato.
Oggi prevalgono gli eccessi nonostante l’appiattimento generale: il mezzo finisce per essere né carne né pesce per cui mediocre indi da scartare perché poco fico.
Ad esempio l’italiano medio è il punto di incontro delle noia ordinaria: stipendiato, utilitaria comprata nuova a rate più altra vecchia auto fedele nei secoli, mutuo per la casa di proprietà e genitore di uno-massimo due figli. I mezzi di comunicazione di massa oggi sono conosciuti come “media”: sarà pure retaggio della nostra anglofilia ma mai termine è stato più appropriato.
Il nostro sistema di informazione, i nostri giornali, i nostri giornalisti concorrono palesemente meno rispetto ai colleghi esteri allo sviluppo della società civile.
E’ proprio il caso di dirlo con la più italica delle espressioni: stiamo proprio indietro!
Solo da qualche anno abbiamo accettato che il giornalismo non deve essere doverosamente neutrale e imparziale: nessun articolo scritto da essere umano non contiene riflessioni, punti di vista, considerazioni personali.
La scelta delle parole, il tono, il titolo: insomma il modus scribendi non può essere altro che il sinonimo di un processo che parte da un dato di fatto (l’evento) e finisce in una elaborazione personale. Questo all’estero vuol dire identità e personalità del giornalista, linea editoriale per l’editore, rapporto di onestà intellettuale con il lettore.
In Italia questo è significato dipendenza, soggezione, indossare la casacca. Il New York Times è apertamente pro Obama ma non perde nemmeno mezza occasione per criticarlo e stuzzicarlo.
In Italia tutto è più elementare, meno professionale: la cronaca servile, il giornalismo blando oppure quello volgare, diffamatorio.
O forse, invece, nel paese degli albi e delle corporazioni il professionismo è talmente elevato da perdere di vista la meno intellettuale opera di giornalismo diretto, senza dietrologie né giri di parole?
Ci è voluta la stampa spagnola per tentare di incalzare Berlusconi sugli scandali che lo vedono protagonista.
“Berlusconi non crede che l’Italia ne è uscita danneggiata nell’immagine dopo lo scandalo sul giro di prostituzione? Ha mai pensato di dimettersi visto che questa vicenda Le ha portato conflittualità sia con la Chiesa che con il suo alleato Fini?”
Altro che le dieci domande su cui non si è raggiunto il concordato.
E’ il sistema che va nella direzione sbagliata e Berlusconi ne è l’esempio non il fautore: seppure il signor Berlusconi fosse il proprietario di tre reti private ma la RAI non fosse un organo politico, con tanto di commissione parlamentare, ci sarebbe discussione critica, non inciucio.
Dove sono i grandi dossier sul processo Berlusconi-Mills, sui rapporti tra Fassino e Consorte, sul processo Impregilo-Bassolino?
Dove sono i migliaia di articoli sulla cena tra due giudici della Corte Costituzionale e Berlusconi, pochi mesi prima della decisione della Consulta sulla legge che vede quest’ultimo direttamente interessato?
Bassezza, tanta bassezza.
Il sistema giornalistico italiano resta sempre il migliore per strappare lacrime sulle foto del piccolo Simone che saluta la bara del padre morto in Afghanistan, ma il peggiore nel fare il proprio mestiere nel profondo.
Libri come “la Casta” o giornalisti, seppur valenti, come Travaglio, non sarebbero portatori incredibili di novità se si diffondessero tutti i giorni queste notizie sui giornali.
Si finisce, invece, sempre su dialoghi sui massimi sistemi, su linee troppo fievoli: del Lodo Alfano se ne parla solo in previsione di una caduta del governo, di un intralcio per Berlusconi.
Nessuna spiegazione tecnica né trattazione portata su livelli più alti: possibile che nessuno abbia ancora puntualizzato sulla stessa parola “lodo”, usata impropriamente in quanto il suo significato è riferibile ad un atto compiuto da un organo indipendente ed esterno?
Il fatto è che l’Italia è diventata una poltrona comoda dove tutti si accodano alle risposte della gente (mercato) e nessuno crea più impulsi: il circolo vizioso porta il pubblico a chiedere più gossip e mondanità e il giornalista a dargli più gossip e mondanità ma inesorabilmente meno informazione, soprattutto quella realmente critica e riflessiva.
Oggi nasce il giornale “Il Fatto Quotidiano” a cura di quella parte di giornalisti più indipendenti e seri: chissà, speriamo bene!


Gheddafi, signori, chapeau!

14 settembre, 2009

LIBYA ITALY“Sulle sacre sponde del suolo italico si odono arrivare le alleate navi del popolo libico: il glorioso saluto del tricolore sventolante e il sorriso di fanciulle in festa rende omaggio alla fedeltà del più rispettabile tra gli amici d’Africa”.
Non mi sarei affatto meravigliato se qualche allegro telegiornale avesse avuto la brillante idea di delegare l’Istituto Luce per la presentazione della visita di Gheddafi in Italia.
E con questo non voglio nulla togliere all’opera di impegno civile che l’Istituto Luce ancora oggi svolge sia per la divulgazione gratuita dei filmati del ventennio fascista, sia per le partecipazioni in produzioni del cosiddetto cinema impegnato.
Il problema è che non avrebbe affatto stonato il tono fiero e pomposo che contraddistingueva la propaganda del regime: ma stiamo o no non stiamo parlando di un dittatore, sostenitore del terrorismo internazionale, persecutore e “depauperatore” di nostri connazionali residenti in Libia,  e autore di un attacco missilistico ad una base americana situata sull’isola italiana di Lampedusa?
Il 30 Agosto dello scorso anno Berlusconi e Gheddafi hanno concluso un trattato con il quale si stabiliscono accordi economici bilaterali tra i due paesi, si coopera per la lotta all’immigrazione clandestina (che passa proprio per Tripoli) e si “mette una pietra sopra” alla colonizzazione italiana in terra libica risalente al periodo fascista.
Il perdono e l’assicurazione che uno stato faccia il proprio dovere in termini di controllo delle coste pesa sul bilancio italiano per dollari 5 000 000 000. 3,5 miliardi di euro.
Lo Stato Italiano, oramai sedimentato nella più alta forma di democrazia e civiltà, vuole dare uno schiaffo ad un passato di dittatura.
E in che modo lo fa? Pagando un dittatore.
Lo Stato Italiano, dall’alto della sua forza economica e politica, vuole dimostrare la sua magnificenza porgendo la mano ad un paese appartenente al continente più povero del mondo e culturalmente diverso.
E in che modo lo fa? Facendosi deridere dai discorsi di un colonnello che è venuto in Italia a dare lezioni di democrazia.
E non solo: per l’alto rispetto verso le istituzioni italiane rappresentative del popolo sovrano, Gheddafi ritarda la visita alla terza carica dello Stato ospite senza che da fonti ufficiali arrivi giustificazione alcuna.
Il curriculum del dittatore include precedenti in tal senso: la cura personale può arrivare ad occupare buona parte della sua giornata con lunghe preparazioni estetiche ed ore ed ore di indecisioni sul vestiario più adatto.
Ecco, popolo italiano, chi abbiamo ospitato per tre giorni.
Ecco , Magnifico Rettore della Sapienza, chi Lei ha ospitato con tanto onore, ed ecco chi è , Magnifico Rettore dell’Università di Sassari, il soggetto che Lei avrebbe voluto insignire della laurea ad honorem in Giusrisprudenza.
Perché in nessun altro paese del mondo civilizzato sarebbe stata possibile una simile mancanza di rispetto?
Abbiamo permesso che dal nostro paese Gheddafi paragonasse il nostro più grande alleato (gli Stati Uniti) ad un terrorista islamico.
Abbiamo permesso che ci spiegasse come rendere più paritario la figura della donna (lui, che per religione è obbligato a considerarla molto meno provvista di diritti rispetto all’uomo).
Non voglio arrivare a dire che lo Stato Italiano avrebbe dovuto chiedere copia del discorso del capo di Stato Libico: viva la libertà di parola.
Niente però è stato fatto per rendere barzellette, perché di quello si tratta, le parole di un dittatore.
Ci sono importanti accordi economici (l’incontro con Confindustria non è certo casuale): c’è di mezzo l’oro nero, e rilevanti partecipazioni italiane nell’economia di un paese che gli analisti guardano con rispetto in termini di crescita.
L’onore, però, va ben oltre.
La Francia non avrebbe mai permesso un simile affronto, così come l’Inghilterra, la Spagna, la Germania.
Il problema è che io non mi voglio rassegnare all’idea che siamo un paese debole, oggetto di derisione da parte anche del più bizzarro capo di Stato africano.
Siamo un paese ingenuo: la dittatura è, per eccellenza, il potere di un individuo che con la forza si erge a capo di uno stato.
E da sempre la dittatura non sopravvive troppo alla morte del dittatore primo.
Terminata la carica dell’attuale Presidente del Consiglio, essendo l’accordo firmato da Berlusconi non in quanto Berlusconi ma in quanto rappresentante del popolo italiano, Tripoli potrà sempre impugnare qualsiasi inadempienza di Roma alla luce di quell’accordo.
Nel caso invece il potere di Gheddafi fosse rovesciato, nel caso in cui i figli non riuscissero a tenere le redini del governo alla morte del padre, chi tutelerà il nostro accordo, i nostri miliardi di euro?
Un auspicabile futuro presidente eletto dal popolo non avrà di certo l’obbligo di riconoscere un foglio frutto di un ordinamento ormai caduto (a nessuno verrebbe in mente di rivendicare Fiume come città italiana alla luce del Trattato di Roma che Mussolini fece con la Jugoslavia).
In queste ore si consuma il dibattito sulla legge elettorale: bipartitismo si, bipartitismo no.
Io ribadisco: bipartitismo NO.
Voi affidereste tutti i fili del paese a questi due partiti omologati in modo così preoccupante?
Basti vedere come Pdl e Pd hanno reagito in modo uniforme alla venuta di Gheddafi in Italia: tanta commozione per Berlusconi, tanta preoccupazione per D’Alema e Letta che sono corsi dal dittatore per tenergli la mano durante il dolore che gli ha impedito di presentarsi all’incontro con Fini.

NON DIMENTICHIAMO I MORTI DI LOCKERBIE!!!

VOGLIAMO UN GOVERNO CHE SIA ALL’ALTEZZA DELLA NOSTRA STORIA: SIAMO GLI EREDI DEL PIU’ GRANDE IMPERO CHE L’UOMO RICORDI, SIAMO COLORO CHE DOPO UNA GUERRA CHE CI HA LACERATI SIAMO RIUSCITI A RISORGERE DALLE CENERI, SIAMO STATI I PRIMI FIRMATARI DI UN EUROPA UNITA, SIAMO IL PAESE DI MARCONI, COLOMBO, MONTALCINI, CAVOUR, EINAUDI.
SIAMO IL PAESE CHE PUO’ VANTARE UNA DELLE PIU’ GRANDI RETI DI PICCOLI MEDI E GRANDI IMPRENDITORI, CHE, NONOSTANTE POLITICHE SEMPRE PIU’ AVVERSE, RIESCONO A TENERE ALTO IL NOME DEL MADE IN ITALY.
SIAMO IL PAESE DELLA COSTITUZIONE DEL 1948.
SVEGLIAMOCI GENTE, SVEGLIAMOCI!!!


Fortapàsc

21 marzo, 2009

Napoli, 21 Marzo 2009, ore 2:03

“Chissà come sarebbe la nostra vita se ci fosse una colonna sonora di sottofondo ad accompagnarla in ogni istante”.
Lo penso spesso.
Certe volte sarebbe noioso. Sempre la stessa canzone!
Più di frequente uno si divertirebbe a vedere come le emozioni possono cambiare da un secondo all’altro, da Beethoven a Sinatra.
Stasera ho visto al cinema Fortapàsc, di Marco Risi, film su Giancarlo Siani, ucciso a ventisei anni dalla camorra perchè scriveva e sapeva cose scomode.
Stasera la mia musica sarebbe stata assillante, ripetitiva, martellante.
Anzi, stasera la mia musica è stata proprio assillante, ripetitiva, martellante: mi si è proprio “incagliato” il disco.
I complimenti al regista per questo film meraviglioso e all’attore, per la personificazione eccezionale, vengono dopo, forse tra cinque giorni.
Ora sono come chi non ha ancora realizzato il lutto; e non mi si dica che l’accostamento è fuori luogo: nessun napoletano può dirsi immune dai quei proiettili che seppellirono cinquanta anni di aspettativa di vita, almeno per raggiungere l’età media di chi muore senza piombo.

“Ogni volta ogni volta che mi guardo intorno
ogni volta che non me ne accorgo
ogni volta che viene giorno
E ogni volta che mi sveglio
ogni volta che mi sbaglio…”

Vasco non va più via dalla mia serata, continua a tormentarmi, portandomi alla mente le immagini del film.
La mia cieca ignoranza mi ha portato a non sapere niente di Giancarlo Siani, per venti anni: lui a qualcuno in più aveva già un buon motivo per essere ammazzato.
Il titolo del film, “Fortapàsc”, è la traslitterazione napoletana di Forte Apache, consegnato alla storia del cinema come il luogo dove l’esercito americano, guidato da Hanry Fonda, fu sconfitto dagli Indiani d’America (chiara allussione alla famosa battaglia di Little Bighorn).
Fortapàsc come Napoli, come Torre Annunziata ( che fu la base principale della tragedia ).
Non è così: se fossimo come a Fortapasc sarebbe già un passo avanti.
Noi non siamo in guerra, questo è il problema: se ci fosse un conflitto tra due fazioni, allora la camorra non avrebbe che ancora poche ore di vita.
Diamine siamo di più, e più forti.

Napoli 21 Marzo 2009, ore 04:10

Da questa sera ho capito che siamo veramente miseri.
Giorni e giorni a colare sudore su un libro, a seguire un amore, a lavare una macchina, a seguire un sogno.
Poi un “pa pa pa pa ” asciugna il sudore di un libro, taglia la corda di un amore, sporca di sangue una macchina.
Non ammazza un sogno.

Questa mia notte insonne la dedico a chi può morire domani sapendo di aver lasciato il proprio sogno nelle condizioni di volare da solo.


E ogni volta che torna sera
mi prende la paura
e ogni volta che torna sera
mi prende la paura
E ogni volta che non c’entro
ogni volta che non sono stato
ogni volta che non guardo in faccia a niente
e ogni volta che dopo piango
ogni volta che rimango
con la testa tra le mani
e rimando tutto a domani ”

Non so cosa ci sia dopo la vita,
ma qualunque cosa fosse,
spero abbia un occhio di riguardo
per chi si è visto togliere le parole.

A Giancarlo Siani,
inchiostro indelebile
di una battaglia da vincere.

 

siani1